harakiri maggioritario
29 Novembre Nov 2019 0600 29 novembre 2019

Per Stefano Ceccanti non si può rifiutare il finanziamento pubblico e demonizzare quello privato

Per il costituzionalista e deputato del Pd, il modello di voto deve essere in grado di aggregare prima delle urne. Mentre, sul caso Renzi e non solo, rileva che la politica ha bisogno, necessariamente, di forme di finanziamento pubblico

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Sito personale Stefano Ceccanti

C’è una possibilità non troppo remota che il Pd possa optare per una legge elettorale in senso maggioritario, di comune accordo con il partito leader della coalizione avversaria. No, non è uno scherzo. Lega e Pd potrebbero arrivare insieme a un modello elettorale che, sulla base dei rapporti di forza e dei consensi sbobinati ad oggi, andrebbe a premiare proprio Salvini. Tuttavia, secondo il deputato e costituzionalista del Pd Stefano Ceccanti, la questione è molto più complessa. Lo spunto per parlarne ci sarà questo fine settimana a Milano nell’incontro di Base Riformista, anche se il padre della svolta maggioritaria degli anni Novanta specifica a Linkiesta che «non è il Pd che da solo può rompere la maggioranza stabilendo una maggioranza variabile sul sistema elettorale», ma è l’intera maggioranza che deve cercare «il consenso su una legge che riguarda tutti».

È possibile che il Pd opti per una legge elettorale in senso maggioritario?
È stato fatto un accordo di maggioranza che prevede che entro il 20 dicembre sia depositata una proposta dell’intera maggioranza, offerta come proposta comune a tutti i gruppi di opposizione. E quindi iniziato un confronto interno alla maggioranza. Esso ha anzitutto escluso le soluzioni opposte: i sistemi proporzionali con sbarramenti bassi o inesistenti perché frammentano troppo; i sistemi maggioritari uninominali perché in un contesto di frammentazione o possono non rispondere allo scopo di aggregare intorno a un vincitore o, all’opposto, possono determinare un super-vincitore. Dopo questa delimitazione del perimetro, il Pd, nel confronto in corso, ha sostenuto che il proprio sistema preferito sarebbe quello con premio di maggioranza, analogo a quello dei Comuni superiori a quindicimila abitanti, e che può accettare come subordinata un sistema con sbarramento purché effettivamente alto e selettivo.

Visto il taglio dei parlamentari e il consenso della Lega di Salvini, come si potrebbe tradurre questa scelta?
La riduzione dei parlamentari porta con sé l’esclusione di sistemi uninominali maggioritari perché meno parlamentari sarebbero eletti in collegi più grandi, negando un effettivo rapporto diretto, che sarebbe la motivazione principale per preferire quei collegi.
Essa porta con sé a legge invariata anche una divisione in due del Senato, con le Regioni grandi che resterebbero a chiara dominante proporzionale e quelle medio piccole che avrebbero invece fortissimi effetti maggioritari.

E allora che fare?
Questo secondo profilo va affrontato anche con la mini-riforma costituzionale che consente di non far coincidere le circoscrizioni con le regioni, dando più coerenza e flessibilità al sistema. Il consenso alla Lega di Salvini è anzitutto un problema politico, prima che di sistema elettorale. È però, poi, anche un problema istituzionale perché le posizioni estreme della Lega, tipiche da democrazie illiberali, euroscettiche e filo-putiniane, rivelano un’alta polarizzazione ideologica. In presenza di questa eterogeneità occorre evitare formule elettorali che possano portare a un super vincitore in grado di eleggere da solo gli organi di garanzia e di riformare la Costituzione senza poter accedere al referendum. Questa prudenza, però, esclude i maggioritari uninominali, ma non un premio limitato che si fermi al cinquantacinque per cento dei seggi. Infatti quel quorum è al di sotto sia del quorum della revisione costituzionale senza referendum, sia di quello dell’elezione dei giudici costituzionali e solo apparentemente poco sopra quello dell’elezione presidenziale. In quel caso, come anche per i giudici, vi è la garanzia ulteriore del voto segreto che tende ad escludere gli estremisti.

L’argomento proposto da vari autori sul vostro giornale secondo il quale il consenso ad una forza estremista dovrebbe precludere sistemi maggioritari almeno in questa fase storica ha una sua indubbia consistenza

Stefano Ceccanti

Quindi?
Lo voglio dire in modo più chiaro: l’argomento proposto da vari autori sul vostro giornale secondo il quale il consenso ad una forza estremista dovrebbe precludere sistemi maggioritari almeno in questa fase storica ha una sua indubbia consistenza, ma vale per quei sistemi che non limitano a priori il numero dei seggi dei vincitori, come gli uninominali maggioritari. Non vale per quelli che, invece, assegnano un premio limitato. Si può decidere per ragioni politiche di non scegliere neanche quelli e di andare verso un proporzionale con soglia, ma quell’argomento non porta a escluderli a priori, non può costituire, insomma, una pregiudiziale.

Il Pd scenderebbe comunque a patti proprio con il leader del Carroccio...
Non è il Pd che da solo può rompere la maggioranza stabilendo una maggioranza variabile sul sistema elettorale. È l’intera maggioranza che deve cercare con più forze possibili di opposizione il consenso su una legge che riguarda tutti.

Quale modello si adatta meglio alle fattezze politiche dell’Italia in questo momento storico-politico?
A noi sembra preferibile un sistema che aggreghi prima del voto, come nei comuni sopra quindicimila abitanti. Se però nella maggioranza prevale l’idea di un sistema che non aggreghi prima, a quel punto però deve sbarrare di più perché la composizione delle alleanze in Parlamento deve essere semplificata. Detto altrimenti: se all’elettore è data la possibilità di scegliere una maggioranza prima del voto gli sbarramenti possono anche essere più piccoli e la maggioranza formata prima può essere più articolata. Se si sposta la formazione del Governo a dopo, il numero dei soggetti deve essere ridotto a monte da uno sbarramento alto. Si tratta infatti dell’elezione di Camere politiche che non vivono separatamente dal Governo, perché ad esso deve essere data la fiducia.

Che strategia ha in mente il Pd?
Il Pd ha in mente di fare esattamente quello che si dice negli accordi maggioranza, con lealtà reciproca, e sulla base delle posizioni di merito che le ho appena spiegato.

Dal momento che la democrazia rappresentativa costa e che non può essere ristretta su base censitaria, a chi è ricco di famiglia, non si può allo stesso tempo rifiutare il finanziamento pubblico e demonizzare quello privato.

Stefano Ceccanti

Oltre a una riforma elettorale, di cosa ha bisogna il suo partito per riprendersi il centro del palco?
Il Pd ha bisogno di rilanciare in modo forte la propria capacità di parlare all’intero Paese, aggiornando con strumenti nuovi l’idea-chiave della vocazione maggioritaria. Ne parleremo questo fine settimana a Milano nell’incontro di Base Riformista, che credo sarà un laboratorio più che utile.

Crede che il governo con il Movimento 5 stelle possa durare ancora molto?
Il Governo nasce per durare per l’intera legislatura perché solo questo tempo è all’altezza della sfida, in sintonia con la nuova Commissione europea che si è appena costituita. Questo è quello che deve fare. Che ci riesca pure, è materia di confronto politico tra le forze di maggioranza dove non vedo problemi a priori insolubili se non per la divaricazione più accentuata in materia di giustizia che andrà seriamente affrontata nei prossimi giorni.

Che idea si è fatto, invece, sul caso Renzi ma soprattutto sul tema dei finanziamenti dei partiti?
L’inchiesta e più in generale le ultime normative, come esemplificato dalla scelta culturalmente sbagliata di inserire una regolamentazione molto burocratizzata del finanziamento privato in un provvedimento chiamato "spazzacorrotti", pongono in effetti un problema serio. Dal momento che la democrazia rappresentativa costa e che non può essere ristretta su base censitaria, a chi è ricco di famiglia, non si può allo stesso tempo rifiutare il finanziamento pubblico e demonizzare quello privato.

Quindi?

Le possibilità alternative possono anche essere più di due. In particolare il finanziamento pubblico può essere di molti tipi. In precedenza si era fatto l’errore di chiamare rimborso delle spese elettorali un finanziamento che era del tutto svincolato dai costi delle campagne. Ci può anche essere un nuovo finanziamento pubblico che incentiva i partiti a dotarsi di una maggiore democrazia interna prevedendo che ci sia un rimborso per le spese sostenute per la scelta democratica dei candidati alle elezioni, lasciando libere le forze politiche se limitare la scelta ai soli iscritti o aprirla anche ad elettori. Così si supererebbe la gestione oggi oligarchica, senza cadere nelle preferenze che confondono il giorno delle elezioni la competizione interna con quella tra partiti e coalizioni. Un nuovo finanziamento che democratizza potrebbe essere una svolta qualitativa. Altrimenti se si lascia solo l’attuale due per mille, non si può vedere l’ombra della corruzione dove vi sia qualsiasi finanziamento privato debitamente rendicontato.

C’è secondo lei un’ingerenza troppo marcata della magistratura?
C’è una debolezza della politica a cui rimediare: è lì che inizia lo squilibrio.

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