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30 Novembre Nov 2019 0600 30 novembre 2019

Ecco perché postiamo la foto dei nostri cani su Instagram

Paolo Landi, advisor di marketing e comunicazione per grandi aziende spiega nel suo nuovo libro “Instagram al tramonto” (La nave di Teseo) perché non riusciamo a smettere di giocare a condividere la nostra vita con gli altri. E perché guardiamo le stories

Cane instagram_Linkiesta
HECTOR RETAMAL / AFP

Qualcuno di voi questa sera posterà su Instagram la foto di un tramonto e si sentirà speciale. Come tutti gli altri, che ieri, oggi e domani faranno la stessa cosa. Che sia la foto dei piedi nudi in spiaggia, una tazza di caffè a colazione, la pizza con gli amici o il classico selfie, non riusciamo a smettere di condividere con gli altri la nostra vita. Fellini sognava di fare l’aggettivo, gli instagrammer vogliono diventare un hashtag. Instagram non è solo un social network amato dagli adolescenti: è un gioco tra narcisismo e voyeurismo che piace a tutti. Dal rider al radical chic, dal baby boomer al millennial, tutti amano scrollare per sbirciare le vite degli altri, pardon le stories. Ma non ci chiediamo mai il perché. A ragionare al posto nostro ci ha pensato Paolo Landi, advisor di marketing e comunicazione per grandi aziende, che ha scritto Instagram al tramonto (La nave di Teseo). «Quando postiamo una foto su Instagram sembriamo preoccupati di rivelare allo stesso tempo la verità e la bellezza dello scatto. Come a dire: “Ecco, questo tramonto è meraviglioso, lo vedete? Io lo sto guardando realmente, ora, infatti lo fotografo, per dimostrarvi che è vero, che io sono qui e che lo sto guardando"».

Landi, cosa spinge milioni di persone a mostrare i momenti più intimi della loro vita?
Il senso di gioco che Instagram trasmette. Condividere non sembra pericoloso. Poi c'è anche la promessa di non essere più soli. Anche se Instagram è una somma di tante solitudini, come milioni di monaci che dalle rispettive clausure non vogliono perdersi nemmeno un fotogramma del mondo di immagini che il social network ci offre in ogni momento Sono trabocchetti mentali. Ma non è l'unico paradosso di Instagram.

Ne dica un altro.
Siamo sempre più rigorosi nel tutelare la nostra privacy, pretendiamo di sapere quanti e quali dei nostri dati le aziende digitali possiedono, ma quando siamo su Instagram non ci facciamo problemi a condividere anche gli aspetti più intimi della nostra quotidianità. Crediamo di usarlo per creare la nostra identità, per lavoro o per gioco e invece il giocattolo siamo noi. Ci fa credere di essere indispensabili, solletica il nostro narcisismo, ma siamo solo comparse. E poi non serve a comunicare con gli altri.

Eppure è un social network.
Ma non si comunica nulla. Si entra in un mondo rassicurante in cui possiamo accedere subito a migliaia di foto e profili, rimanendo però alla giusta distanza di sicurezza. È come se Instagram ci dicesse di non avere paura di nulla quando sei lì dentro perché nel flusso tutte le cose hanno lo stesso valore: cibo, vacanze, moda, religione. Per questo nessuno si vergogna di mettere tutta la sua vita nelle stories. Abbiamo abbattuto un tabù millenario.

Su Instagram tutti sembrano felici.
Il dolore su Instagram non funziona. Questo social network solletica il narcisismo delle persone e le istiga a mostrare la felicità senza pudore. Non è più un sentimento intimo. Ci piace vedere la felicità altrui e crediamo di gratificare gli altri mostrando i selfie in cui siamo più sorridenti, così come i momenti migliori della nostra quotidianità. Su Instagram si dà sempre l'immagine di una vita di successo. Ma non è detto sia per forza un male mostrarsi sempre felici.

Forse è un male però che tutti pubblichino lo stesso tipo di foto per mostrare la felicità.
Succede perché su Instagram il tempo non esiste. Tutto si risolve nel presente. E lo spazio è diventato un non luogo. Questo social ci spinge a pubblicare lo stesso stereotipo per essere di moda. Verso sera, se tutti pubblicano un tramonto, tu pubblichi un tramonto, quando si fanno le foto in spiaggia pubblichi la foto dei piedi perché tutti fanno così. Lo stesso vale per la pizza, il sushi, il cane e il gatto. Instagram istiga al conformismo. Milioni di foto tutte diverse alla fine sono milioni di foto tutte uguali.

Instagram è quindi il social dell'uguaglianza?
Piace a tutti anche agli insospettabili. Anche il più ricco, il più colto, il più attrezzato culturalmente non resiste alla tentazione della foto. Ma lo fa con gli stessi codici culturali. Per cui anche se la foto dei piedi è fatta a Copacabana somiglierà terribilmente ai piedi fotografati a Ostia Lido. Ma attenzione: il bisogno di sentirsi uguali a chi stimiamo, a chi vogliamo emulare è sempre frustrato. Tutti vorrebbero essere seguiti da coloro che stimano e non sempre succede. Instagram fomenta lo snobismo di massa. La stima di sé stessi è subordinata alla stima della comunità di cui si vorrebbe fare parte.

Molti vorrebbero far parte della comunità degli influencer?
È il sogno di tutti: lavorare in ogni momento senza lavorare. L'influencer indossa abiti, viaggia in un aereo, dorme in alberghi lussuosi, brinda con uno champagne, mostra un orologio. È sempre pienamente ozioso e sempre pienamente occupato. Diventa merce per il brand che lo affitta senza smettere di essere se stesso. Gli influencer elevano alla massima potenza il loro valore di individui. E alcuni abboccano.

Chi?
Lavoro con le aziende e noto che alcune hanno un complesso di inferiorità nei confronti del social network. Ci sono direttori marketing strutturati che per la paura di sembrare vecchi e non adeguati diventano preda del primo che passa. C'è una spregiudicatezza di tanti giovani che non hanno nulla da perdere e provano a fare soldi con Instagram. Si autoproclamano influcencer. Poi ci sono quelli seri come Chiara Ferragni che non a caso si sta smarcando dal ruolo di influencer. È diventata un'imprenditrice: lancia sul mercato linee si scarpe, occhiali, profumi e anche acqua. Prodotti fisici e poco virtuali.

Nel libro definisce Instagram un gioco, una trappola, un social kitsch. Come lo definirebbe in un hashtag?
Popolare. Instagram è un fenomeno di massa, è un ipermercato culturale. Persone diverse per età e classe sociale sono omologate alla stessa passione per fotografare le stesse cose. Non ho ancora la risposta alla domanda ma sarebbe interessante capire chi sarà la nuova èlite visto che tutti sono su Instagram. Un tempo lo erano quelli che andavano all'università o in una scuola prestigiosa. Ma ora?

Forse chi non ha un profilo social?
Impossibile. Come si fa a non avere un profilo social? Si perde una parte fondamentale della conoscenza del mondo.

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