No comment
30 Novembre Nov 2019 0600 30 novembre 2019

Caso Renzi-Open, il Pd ci va cauto (e a ragione)

I Dem trattano il problema come se riguardasse l’inquilino di sopra, ma la preoccupazione c’è: e se il giro di soldi gravitato intorno alla Fondazione avesse potuto condizionarne gli eventi, in qualche passaggio della vita del partito?

Zingaretti_Linkiesta
Andreas SOLARO / AFP

Le parole d’ordine sono quelle classiche delle ore difficili, delle giornate senza calore: calma e gesso, misura, self control, no comment. Il Nazareno alza il ponte levatoio in modo che la bufera che si è scatenata su Matteo Renzi non filtri e non scombussoli ulteriormente un vivere che non è quieto di suo. Ma a dire che il Pd sia preoccupato non si sbaglia. Dichiarazioni ufficiali, nisba. La reticenza di giorni un po’ così. A poco, pochissimo serve dirsi l’un l’altro che Matteo ormai è di un altro partito. Che tutto quello che gli viene contestato sono fatti suoi. Hai voglia a esorcizzare quanto sta avvenendo come se la cosa riguardasse l’inquilino del piano di sopra: perché quell’inquilino fino a tre mesi stava a casa tua. Più solida la trincea di chi dice, con buoni argomenti, che qui non si vede nessun reato. Che è un attacco mediatico-giudiziario all’ex capo.

Viceversa, ieri mattina a Montecitorio c’era qualche deputato dem che presagiva il peggio, e cioè che “la cosa non finisce qui”. Il che lascerebbe aperte ipotesi di un coinvolgimento nelle inchieste su Open di altri personaggi o esponenti politici vicini a Renzi e rimasti nel Pd mentre nulla può escludere (anche se a voce alta viene escluso) che il giro di soldi gravitato intorno alla fondazione renziana in qualche passaggio della vita del partito possa aver potuto condizionarne gli eventi. Ma per il momento sono solo angosce, paure, timori, nulla di concreto. E tuttavia quanto basta a intossicare l’aria.

L’attuale tesoriere, Luigi Zanda, che ha ereditato dal suo predecessore, il renziano Francesco Bonifazi, una situazione finanziaria drammatica, si morde la lingua

Poi c’è l’aspetto, diciamo così, più emotivo della questione. L’attuale tesoriere, Luigi Zanda, che ha ereditato dal suo predecessore, il renziano Francesco Bonifazi, una situazione finanziaria drammatica (specificando che quest’ultimo a sua volta aveva dovuto lottare con i conti in rosso lasciati dalla “Ditta”), si morde la lingua. Con 170 lavoratori in cassa integrazione, venire a sapere che l’ex segretario dispone di introiti così importanti lascia certo senza parole. Sono associazioni di idee che si fanno, anche se non si dicono.

E infine c’è una preoccupazione tutta politica legata allo stato di salute della maggioranza, uno stato di salute che avrebbe bisogno di qualche cura specialistica e che certo non necessita di nuove fibrillazioni.

Ora, un Renzi in modalità leone in gabbia può sempre innescare nervose polemiche, anche se - viene fatto notare - «certo Matteo tutto può fare tranne che andare alle elezioni». E tuttavia la preoccupazione è un’altra, più succosa. E fa tutt’uno con il ritrovato protagonismo di Alessandro Di Battista, lesto nell’insinuarsi nella situazione e nel ribaltare la sgangherata narrazione di uno spostamento a sinistra del M5s, auspice un Beppe Grillo di nuovo nell’ombra. Attaccando duramente Renzi (accomunato a Salvini, i Matthews), il messaggio recondito a Zingaretti suona più o meno così: non agitatevi troppo, che con tutte queste tensioni - Renzi story compresa - gli unici che possono garantire il quadro politico siamo noi. Insomma, a cuccia. E il Pd morde il freno ma di più non può fare.

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