Nostalgia dei bei tempi dell’Ilva


2 Dicembre Dic 2019 0600 02 dicembre 2019

Che cos’altro potrà andare male, dopo il delirio politico, dal Mes a Open, della settimana scorsa?



Un’allucinazione civile e morale come questa si è vista raramente: politici che non sanno di che parlano, magistrati che fanno gli industriali e decidono chi può finanziare un’attività pubblica e chi no. L’alternativa è aggregare tutti quelli che non ne possono più

Chigi Linkiesta
(Filippo MONTEFORTE / AFP)

Si apre un’altra settimana. E si spera sia meno grottesca di quella scorsa, anche se in questo tempo sbandato si può scommettere che sarà ancora più surreale della precdente, quella in cui abbiamo discusso della riforma di un Fondo salva Stati di cui non si era mai occupato nessuno, nemmeno Salvini e Di Maio che l’hanno prima approvata e poi rinnegata con bufale e argomentazioni da talk show di Rete 4 o La 7, cioè comiche.
C’è quasi da rimpiangere i bei tempi di due settimane fa, quando saltimbanchi e magistrati affrontavano la questione Ilva. Le acciaierie Mittal erano un argomento del quale Salvini almeno sapeva che i fatti si svolgevano a Taranto, al contrario di dove crede si trovi il Mes. Erano un tema sul quale le procure applicavano principi giudiziari sovranisti, solidamente radicati nella tradizione fascista, rispetto al populismo giudiziario moderno scatenato poco dopo sulla Fondazione Open, applicando retroattivamente ed estensivamente la nuova legge spazzacorrotti ispirata al pensiero fulgido di Casaleggio senio, uno che tra un algoritmo e un romanzo Urania immaginava di rinchiudere i corrotti in apposite gabbie all’ingresso della tangenziale.

Abbiamo dibattuto, infatti, anche di finanziamenti privati, legali e open alla politica, che pare siano diventati sospetti proprio perché fatti secondo le regole e alla luce del sole quindi sicuramente per nascondere qualcosa di losco. E, quindi, via con le inchieste giornalistiche sugli elenchi pubblici dei finanziatori, ma che diventano più sapidi se diffusi dalle pr delle procure. Tutto questo mentre i candidati americani alle elezioni presidenziali del novembre 2020 hanno già raccolto finanziamenti privati per 624 milioni e mezzo di dollari, esclusi quelli che i gruppi di pressione hanno stanziato a favore di associazioni politiche che autonomamente sosterranno questo o quel candidato.
La novità giornalistica della fine settimana scorsa, però, è che la politica italiana non solo non deve essere finanziata dallo Stato né dai privati, giammai, ma nemmeno dai redditi del lavoro del parlamentare, visto che ai giornali e alle procure non vanno bene i compensi per le conferenze in giro per il mondo ottenuti da Matteo Renzi, quindi per estensione neanche le parcelle di chi fa l’avvocato e il commercialista o i fatturati di un imprenditore eletto, mestieri e attività che dall’alba della Repubblica i deputati e i senatori svolgono senza che nessuno abbia mai obiettato alcunché.

Basta saperlo. A patto che si sappia che la conseguenza è un Parlamento di nullafacenti grillini che poi ovviamente si battono per il reddito di cittadinanza e di quegli altri che fanno politica di professione ma con spirito amatoriale che poi ovviamente si battono per la pensione anticipata, oppure i miliardari alla Trump, Berlusconi e Bloomberg.

Sarebbe meglio concentrare gli sforzi per costruire un’alternativa larga, plurale, maggioritaria allo stato delle cose

Opinionisti e commentatori sono complici di questo delirio civile e morale, non solo per gli errori che possono capitare nell’analizzare e raccontare i fatti, ma soprattutto per aver legittimato un dibattito pubblico fondato sul nulla, sia che si parli di Ilva sia che si parli di Mes sia che si parli della surreale accusa a un milionario di aver favorito l’amico Renzi con un prestito di settecentomila euro, poi restituito mache Renzi però avrebbe fatto bene a non usufruire, come contropartita sospetta della nomina a consigliere d’amministrazione di una controllata statale che tre anni prima gli aveva garantito un favoloso gettone da 400 euro lordi a cda.

Come ha scritto su Twitter Gianni Riotta, a proposito delle querele annunciate da Renzi nei confronti di alcuni giornalisti che secondo lui lo avrebbero diffamato, «nel giornalismo si sbaglia ogni giorno. Ma gli errori nel ricostruire caso @matteorenzi non son refusi in buona fede. Sono conseguenza della corsa a piantare per primi i chiodi al condannato che dilaga da anni. Un livore che reca danni alle sue vittime e alla nostra professione».
Riotta ha ragione e forse l’unica notizia positiva della settimana scorsa è il nuovo possibile progetto editoriale intorno a Repubblica e all Stampa che potrebbe cominciare a delinearsi già oggi con il consiglio di amministrazione di Cir che dovrebbe cedere il controllo del gruppo Gedi alla Exor di John Elkann.

I politici, però, farebbero bene a non querelare i giornalisti, anche se è leggittimo che le vittime della diffamazione possano pensare che a un certo punto il troppo è troppo. Sarebbe meglio che concentrassero gli sforzi per costruire un’alternativa larga, plurale e maggioritaria allo stato delle cose, un’alleanza strategica che vada dalle sardine ai nostalgici della rivoluzione liberale di Forza Italia, che metta insieme Calenda e Bonino, Parisi e Carfagna, Pd e Renzi, socialisti e liberali, tutti insieme per aggregare quelli che non ne possono più.

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