¿Quién sabe?
3 Dicembre Dic 2019 0600 03 dicembre 2019

Noam Chomsky, il genio della linguistica e vate del terzomondismo, non sa lo spagnolo

Nel documentario “Chomsky & Mujica” del regista messicano Saúl Alvídrez, i due per scambiarsi le loro idee hanno avuto bisogno di un'interprete. Viene il dubbio, a questo punto, su come il linguista abbia costruito il suo famoso modello

Chomsky Linkiesta
(JOSEPH EID / AFP)

È un genio della linguistica e un guru di un pensiero terzomondista che ha spesso come proprio epicentro l’America Latina, Noam Chomsky. Però, non sa lo spagnolo. La clamorosa rivelazione viene da Chomsky & Mujica: un documentario «per millennials e centennials» che presenta un fine settimana trascorso tra lo stesso Noam Chomsky e il presidente uruguayano Pepe Mujica nel 2017.

Ex-guerrigliero tupamaro caratterizzato da un linguaggio terra terra che ostentava di infrangere tutte le convenzioni, Mujica divenne famoso per un informale “stile repubblicano” in base al quale non viaggiava con aerei ufficiali, ma solo con quelli di linea. E non si serviva di auto blu, ma guidava personalmente un vecchio Maggiolino degli anni Settanta. E non abitava nel palazzo presidenziale, ma in una piccola fattoria alla periferia di Montevideo, dove approfittava di ogni momento libero per continuare a coltivare zucche e ortaggi, e dove viveva con l’equivalente di soli 1.500 dollari al mese, devolvendo l’altro 90% di stipendio in beneficienza. In realtà, nei 15 anni che è durato il governo della sinistra del Frente Amplio in Uruguay è stato presidente solo per i cinque anni del mandato di mezzo, tra 2010 e 2015. Prima e dopo aveva governato il medico Tabaré Vázquez, singolare figura di socialista anti-abortista. Ma è stato Mujica il personaggio diventato simbolo di una nuova sinistra al tempo stesso radicale, pauperista e dal volto umano. Insomma, una curiosa via di mezzo tra Berlinguer, Pertini, un Grillo non aggressivo e Greta Thunberg, con in più la faccia di Lino Jannuzzi. Curiosamente, il documentario viene annunciato ora che il Frente Amplio ha perso le elezioni, e presidente è stato eletto il candidato del centro-destra Luis Lacalle Pou. E andrà nei cinema a marzo, quando Lacalle si insedia.

Che l’84enne Mujica, di formazione giardiniere, non sapesse l’inglese, non è che scandalizzi troppo. La sorpresa è per il 91enne Chomsky: docente emerito di linguistica al Massachusetts Institute of Technology; riconosciuto fondatore di quella grammatica generativo-trasformazionale che è spesso stata indicata come il più rilevante contributo alla linguistica teorica del XX secolo; e non solo interessatissimo da sempre alle lotte anti-imperaliste latino-americane, ma anche risposato nel 2014 con una brasiliana, dopo essere rimasto vedovo nel 2008 della collega linguista Carol Doris Schatz, di cui era stato marito per 59 anni. Agitatore no global, teorico dell’“altro mondo è possibile”, ammiratore di Fidel Castro e di Chávez, lodatore dei Khmer Rossi anche se poi in parte pentito, prefattore per tigna di libri negazionisti e avversario giurato di Israele pur essendo lui stesso ebreo, eterno accusatore senza sé ne ma di quegli Stati Uniti di cui pure è cittadino, di lui Bernard Lewis aveva detto che «capisce di Medio Oriente come io di linguistica». Con dichiarazione alla lettera ambigua, vista l’agilità con cui lo stesso Lewis si rigirava tra almeno una dozzina di idiomi; ma pronunciata nello stesso tono sprezzante con cui Raymond Aron, a chi gli chiedeva come si era azzardato a definire il comunismo «oppio degli intellettuali», visto che era comunista pure Picasso, rispose: «Picasso conterà nella storia delle idee come i miei disegni nella storia della pittura».

Il film di 90 minuti che voleva celebrare lo storico confronto tra il grande teorico e un grande pratico della sinistra terzomondista fa saltare fuori l’altarino che il luminare Chomsky non solo non pratica le lingue degli indigeni latinoamericani, ma neanche lo spagnolo

Qualche suo collega più anziano, per la verità, trovava da ridire anche sul Chomsky linguista. Il francese George Mounin, ad esempio, che demolì nel 1968 quella teoria del “modello generativo” secondo cui l’uomo verrebbe al mondo con i meccanismi cerebrali che gli permettono di generare formalmente tutte le frasi possibili a partire dal più piccolo numero di kernels (=unità di base) possibili. «Ciò spiega perché anche la gente più stupida impara a parlare mentre le scimmie più intelligenti non vi giungono mai», chiosava Chomsky. «Non è un problema più o meno misterioso che quello di sapere perché i coccodrilli più longevi non arrivano a camminare eretti sulle zampe posteriori, mentre tutti i bambinetti di tredici mesi già vi riescono», commentò Mounin.

I colleghi più giovani, in compenso, elevarono la grammatica generativo-trasformazionale a rivoluzione linguistica del XX secolo, malgrado non fosse poi che una risciacquatura del vecchio innatismo di Immanuel Kant. Ma già l’America Latina aveva dato a Chomsky una pugnalata, quando nel 2007 il linguista Dan Everett, dopo aver trascorso 29 anni in Amazzonia a studiare la lingua del popolo Pirahã, rese noto che questa etnia di appena 360 persone bastava a smentire la teoria della “recursione”. Secondo Chomsky, tutte le lingue dovrebbero per forza permettere di costruire frasi subordinate, perché ciò sarebbe inerente al modo di pensare di ogni uomo. Invece i Pirahã, secondo un esempio fatto dallo stesso Everett, non possono dire «quando avrò finito di mangiare, mi piacerebbe parlare con te», ma solo «finisco di mangiare, parlo con te». E aggiunse che probabilmente non sono l’unica etnia ad avere un linguaggio del genere, ma che l’accettazione acritica del dogma di Chomsky avrebbe impedito agli studiosi di accorgersene. Insomma: il gran difensore del Terzo Mondo dal pericolo del “pensiero unico” occidentocentrico aveva in realtà imposto un “pensiero unico” occidentocentrico suo. Che ha impedito di comprendere le culture del Terzo Mondo.

Adesso il film di 90 minuti che voleva celebrare lo storico confronto tra il grande teorico e un grande pratico della sinistra terzomondista fa saltare invece fuori l’altarino che il luminare Chomsky non solo non pratica le lingue degli indigeni latinoamericani, ma neanche quella più diffusa tra i latinoamericani creoli, e che è poi anche la seconda più diffusa al mondo. Sapendo che la prima è l’inglese, per Chomsky lingua madre, il dubbio viene: ma comparando quali idiomi il guru linguistico del Mit avrà costruito il suo epocale modello?

Comunque, per scambiarsi le loro idee Chomsky e Mujica hanno avuto bisogno di un'interprete, coadiuvata dal regista. Tramite lei hanno conversato un po’ su tutto: dalla geopolitica fino alla definizione dell’amore. Sono 20 ore di filmato da cui il regista messicano Saúl Alvídrez ha distillato 90 minuti rivolti soprattutto alle nuove generazioni, in quanto incaricate di risolvere i problemi del mondo nelle prossime decadi. «Chomsky menziona Pepe come la figura politica più interessante e importante che conosce. Pepe a sua volta diceva cose incredibili di Chomsky, che probabilmente è il matto più geniale che conosca», spiega il regista. «L’intenzione è stata quella di cercare i due personaggi più saggi che potessi incontrare affinché dessero una prospettiva, un messaggio all’umanità e, soprattutto, un messaggio ai più giovani».

Aspettiamo di vedere, per verificare se tra i consigli ai Millennials non ci sia anche: «Imparate le lingue prima di spiegare come funzionano e di teorizzare sui Paesi dove si parlano». In compenso il regista assicura che «malgrado i due stiano sulla novantina hanno parlato di tecnologia e di moltissime questioni congiunturali che normalmente un novantenne non domina».

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