Battaglia identitaria
4 Dicembre Dic 2019 0600 04 dicembre 2019

La grande freddezza dei renziani sul governo Conte

Italia Viva prende sempre più le distanze dal premier, non partecipa ai vertici, vota in modo diverso dalla maggioranza su Fondazioni e prescrizione. Che cosa c’è sotto?

Giuseppe Conte_Linkiesta

La grande freddezza dei renziani sta diventando estraneità, con un aggirarsi sul terreno scosceso del governo Conte con una specie di stupefazione, di sospetto, di fastidio. Sarebbe il paradosso dei paradossi se governo nato per mano di Renzi e che per mano di Renzi dovesse morire. Magari non staccherà lui la spina ma non pare esattamente pronto a fare lui il massaggio cardiaco.

Col passare dei giorni i segnali di questa estraneità si vanno moltiplicando. Italia viva vive sì ma come con la testa altrove. Riempie le sale grazie ai fedelissimi del Rottamatore ma constata che, partito il ventilatore sul caso Open, i sondaggi non sono esaltanti: e dunque vaga nei Palazzi chiedendosi: «Che ci faccio io qui?». Ma più che Bruce Chatwin il partito di Matteo Renzi pare il Mersault dello Straniero che non sa quello che sta facendo e perché lo sta facendo: solo che il capo di Italia viva è abile nel mescolare questo stato di freddezza a quello di battaglia, come si dice, identitaria. Mettiamo perciò in fila alcuni fatti di queste ore.

Proprio sulla giustizia i renziani hanno fatto mettere a verbale un’ulteriore presa di distanza dalla maggioranza, smarcando sul tema scottante della prescrizione

Domenica sera Iv non va a un pur delicato vertice di maggioranza con il presidente del Consiglio sull'affare Mes. "Litigano fra loro". Sarebbe in teoria un motivo in più per dare un contributo alla ricerca di una soluzione. Ma invece niente. A palazzo Chigi non si vedono le Bellanova, i Marattin. Anzi, mentre si teneva il vertice di governo, Renzi se ne stava comodamente seduto da Giletti a dire fra le altre cose che il Mes aiuta le banche tedesche, «sono intellettualmente onesto nel dirlo». È lo slogan dei legameloniani nell’inatteso casus belli che mette addirittura a rischio il governo. Nel dibattito in Parlamento, poi, i protagonisti sono stati altri. Malgrado un forte discorso di Marattin - persino pubblicamente apprezzato da Calenda - come detto questa non è una partita che riguardi Iv, «una discussione assurda». Nelle more della infuocata discussione del Senato un Renzi insolitamente vago, parlando con i cronisti, ha sospirato: «Mah, ci sono tante cose sul tavolo...». Sibillino, quasi assente, poco rassicurante.

Poi c’è stato il voto contrario allo slittamento di un anno della norma che prevede l’equiparazione fra partiti e fondazioni, slittamento chiesto e ottenuto da Pd e LeU. Già, fanno sciacallaggio sulle disgrazie altrui e proteggono le magagne loro: il ragionamento di Renzi non sarà risultato gradevole ma l’occasione era troppo ghiotta. Perché nell’improvvisa atarassia renziana, restano scopertissimi i nervi sulla questione giustizia.

E mentre in un’intervista al Corriere della Sera, Teresa Bellanova, la pasionaria che dice pane al pane, si è molto lamentata di come vanno le cose («Siamo stufi di assistere a litigi tra Pd e 5Stelle»), proprio sulla giustizia i renziani hanno fatto mettere a verbale un’ulteriore presa di distanza dalla maggioranza, smarcando sul tema scottante della prescrizione.

Se Conte immaginava una fase in cui “fare squadra” (ipotizzando persino un “ritiro” di due giorni finito presto nel dimenticatoio) deve invece annotare, oltre al permanente stillicidio grillino e all’altrettanto permanente nervosismo del Pd, anche questa grande freddezza dei renziani

Non partecipando al voto sulla richiesta di esame d’urgenza della proposta di legge Costa che abroga e quindi blocca l’entrata in vigore della riforma dal primo gennaio prossimo (mentre Pd, M5s e LeU votavano contro) il segnale politico è arrivato comunque a destinazione: i renziani non hanno spinto il bottone del No a una richiesta di Forza Italia. Un voto anti-giudici, ha notato qualcuno. L’importante era differenziarsi, non partecipando a un voto tutto sommato innocuo. Punture di spillo.

E ancora l’ostilità a un candidato del Pd nel collegio di Roma centro lasciato libero da Paolo Gentiloni. Luciano Nobili parla di un candidato indipendente (e sui giornali escono nomi di attrici e cantanti) ma sembra un dito nell’occhio di Gianni Cuperlo, individuato dal Pd come possibile cavallo vincente in un collegio dall’alto valore emblematico.

Dunque, se Conte immaginava una fase in cui “fare squadra” (ipotizzando persino un “ritiro” di due giorni finito presto nel dimenticatoio) deve invece annotare, oltre al permanente stillicidio grillino e all’altrettanto permanente nervosismo del Pd, anche questa grande freddezza dei renziani che approfittano dei litigi “loro”: Pd e M5s più che alleati sembrano intrusi. Siamo perciò di fronte a una gigantesca nemesi, quella di dover fare i conti con una creatura a due teste proprio scaturita dal cervello di Renzi, novello apprendista stregone costretto a domare una sua creatura rivelatasi ingovernabile. I big renziani Bellanova, Boschi, Marattin, Rosato e Faraone ieri sono andati a dire di persona a Conte che qui le cose non vanno. La stessa canzone suonata da tutti e tre i partiti della maggioranza: se non si cambia, è inutile continuare. Ma fino a quando?

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