concorrenza a rischio
6 Dicembre Dic 2019 0600 06 dicembre 2019

Il 5G Made in China? Può essere un’opportunità, ma va regolamentato

Il Paese asiatico sta investendo grandi risorse per consentirne lo sviluppo, ma a fronte del vantaggio di un prezzo basso in Europa potrebbero essere messe a repentaglio la concorrenza e la sicurezza informatica. L’intervento del segretario Antitrust Filippo Arena

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Photo by Marc-Olivier Jodoin on Unsplash

L’arrivo della tecnologia 5G è sempre più vicino. In Cina ancor di più. Il gigante asiatico è considerato il Paese che ha fatto più passi avanti in questo settore. Tanto da divenire, grazie ad aziende come Huawei e Zte, fornitore privilegiato per tutti gli altri mercati. Un fenomeno che ha i suoi pro e i suoi contro. Nel breve periodo, il basso costo delle soluzioni Made in China potrebbe garantire dei forti risparmi per le aziende che decidessero di passare al 5G. Allungando lo sguardo, invece, si scorgono potenziali rischi per la sicurezza informatica e la concorrenza. A dirlo, durante un’audizione alla Camera, è stato il segretario generale dell’Antistrust, Filippo Arena: «Gli accordi tesi ad abbassare o limitare gli standard di sicurezza per certi sistemi tecnologici potrebbero rappresentare un rischio per la concorrenza perché i minori costi per rendere sicuri i sistemi potrebbero avere, nel lungo periodo, serie ripercussioni sul nostro ecosistema digitale». Insomma, mentre il Governo si apprestava a varare un nuovo decreto a protezione di reti, sistemi e servizi informatici, l’appunto di Arena è risultato tempestivo. Secondo l’Agcm, prima di procedere sarebbe necessario stabilire un quadro complessivo entro cui agire che tenga conto di «equilibri complicati e esigenze diverse affinché chi opera in questo settore possa svolgere i propri investimenti nel nuovo sistema digitale da cui dipendono tutta una serie di cose che hanno a che fare con la realtà materiale». Dunque, progetti di smart city, IoT, ecc.

Ma si può fare a meno della Cina? «Se bisogna identificare un quadro condiviso e stabile nel rispetto del golden power con la possibilità di stipulare contratti che abbiano a che fare con la tecnologia 5G con soggetti estranei al perimetro dell’Unione europea lo dovremmo fissare in modo possibilmente chiaro e stabile», è la risposta che Arena ha dato in audizione. Detto diversamente, meglio regolamentare che escludere la presenza di aziende cinesi nel settore del 5G. D’altronde, sono i numeri a dirlo, a Pechino e dintorni entro il 2025 si stimano 460 milioni di utenti connessi alla nuova rete; numeri più che doppi rispetto a Stati Uniti (205 milioni) ed Europa (187 milioni). Un processo sostenuto da investimenti da parte degli operatori telefonici per un totale di 58 miliardi di dollari nei prossimi due anni. Non solo, secondo uno studio della Global System for Mobile Communications Association (GSMA), grazie a questa corsa forsennata verso il 5G, l’ecosistema mobile cinese potrebbe raggiungere un valore approssimativo di 6mila miliardi di yuan nel 2023 (pari a 870 miliardi di dollari), contro i 5.200 miliardi registrati nel 2018.

In tutto questo, resta ancora da capire quale ruolo giocherà l’Unione Europea a livello globale stretta fra il vantaggio tecnologico cinese e la battaglia ingaggiata da Trump. Sul piano economico, il rapporto GSMA ha stimato che il contributo atteso al Pil europeo dall’impiego nell’economia delle tecnologie e servizi mobile sarà pari al 4,6% (3.900 miliardi di dollari), in crescita nei prossimi 5 anni al 4,8% ed occuperà 32 milioni di posti di lavoro (14 milioni diretti e 17 milioni attraverso industrie connesse). Le imprese di telecomunicazioni incideranno sul bilancio dello stato per un valore pari a 8-10 miliardi di euro/anno, circa il 2% degli introiti fiscali nazionali e un contributo al Pil italiano stimato in 90 miliardi di euro (5%). In questo quadro, il contributo all’economia globale dei servizi 5G sarà di 2.200 miliardi di dollari entro il 2034, il 5,3% del Pil. I settori maggiormente interessati saranno: manifattura ed utility (35%), servizi professionali e finanziari (29%), settore pubblico (16%), Ict e commercio (14%), agricoltura e attività estrattiva (6%).

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