Pieni poteri
7 Dicembre Dic 2019 0600 07 dicembre 2019

Ecco perché gli italiani invocano l’uomo forte (c’entrano i gusti di Salvini e Di Maio)

Secondo l’ultimo rapporto Censis, il 48 per cento degli italiani crede che al Paese serva un leader come Putin o Erdogan. L’ovvia conseguenza di una politica che per anni ha sdoganato regimi autoritari in nome del Pil e degli affari

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Da dove viene questo desiderio di Uomo Forte, questo 48 per cento di italiani (Rapporto Censis) convinto che al Paese serva un Vladimir Putin, un Bashir al-Assad, un Kim Jong-un, insomma un padre-padrone che governi “senza doversi preoccupare di Parlamento ed elezioni”? Chi e come ha convinto metà dell’opinione pubblica del Paese che l’autocrazia sia preferibile alla democrazia? Se non ci fosse di mezzo la vita dei nostri figli verrebbe persino voglia di accontentare questi dissidenti al contrario, e di dirgli: prego, accomodatevi. Fatevi un giro sulla giostra autoritaria, modello Tayyip Erdoğan o anche Viktor Orbán, e scoprite il fascino – per citare un esempio – di fare straordinari fino a 400 ore che però saranno pagati fra tre anni (Ungheria) o di uscire la sera in città dove si può essere picchiate per un abbigliamento giudicato sconveniente (Turchia).

E tuttavia questa larga convinzione non può essere liquidata con una battuta. Il 48 per cento è un numero enorme, difficile da giustificare solo con la penetrazione del messaggio sovranista, col successo del salvinismo che “i pieni poteri” li ha chiesti esplicitamente e in pubblico, né con la tiritera del ritorno al fascismo.

I titolari politici della nostra democrazia, con rarissime eccezioni, da anni hanno sdoganato regimi autoritari di ogni sorta in nome della crescita, dei buoni affari, delle relazioni multilaterali, facendo scivolare il tema dei diritti umani e civili in fondo alla classifica delle cose per cui è importante battersi

I titolari politici della nostra democrazia, con rarissime eccezioni, da anni hanno sdoganato regimi autoritari di ogni sorta in nome della crescita, dei buoni affari, delle relazioni multilaterali, facendo scivolare il tema dei diritti umani e civili in fondo alla classifica delle cose per cui è importante battersi. Ai vecchi tempi, i tempi della rivolta di Praga – per dirne una – la questione della libertà era il nocciolo duro del discorso democratico, la precondizione di ogni giudizio su alleati e competitori. Oggi stiamo zitti davanti alla repressione a Hong Kong o alle retate di giornalisti a Istanbul perché quella questione è stata retrocessa. Prima gli affari. Prima il Pil. Prima gli investimenti, i canali commerciali, e al diavolo tutto il resto.

Il nostro calcio gioca in stadi dove le donne faticano a entrare. I nostri politici ostentano interlocuzioni con il dispotismo russo e cinese e con le vere e proprie dittature del Golfo. Abbiamo legittimato persino il regime Nord-Coreano – un regime crudele che obbliga gli studenti a dieci anni di lavori forzati per guadagnarsi un posto all’università – grazie a un deputato-showman, Antonio Razzi, impegnato da anni a descriversi Pyongyang come il paradiso in terra. Perché l’uomo della strada non dovrebbe adeguarsi a questa narrazione collettiva, sottoscrivendo lo scambio tra libertà e sicurezza che il mito dell’Uomo Forte implicitamente propone?

Nessuno pensa più che il compito della politica sia produrre idee e farle avanzare nella società: si attende il messia che moltiplichi pani e pesci o ci insegni a camminare sulle acque

Il rapporto Censis, nel capitolo sulle pulsioni autoritarie del Paese, interroga le responsabilità politica anche sotto altri profili. A cominciare dall’ossessione leaderista che tutti i partiti hanno coltivato nell’ultimo ventennio. È l’idea che sia sufficiente “il volto giusto” per domare i sondaggi, conquistare la vetta, fare la storia, e che il compito della politica sia appunto produrre questo tipo di Capo e lasciarlo sbizzarrire. Forza Italia, il partito personale per eccellenza, aprì a suo tempo la strada, ma su quel sentiero hanno camminato tutti, con maggiore o minor fortuna, in doppio petto o giubbotto, con la felpa o con lo zainetto. La rivoluzione alla fine non l’ha fatta nessuno e però la convinzione che il destino italiano sia affidato al karma salvifico di un qualche Uomo della Provvidenza si è diffusa e ha conquistato gli animi. Nessuno pensa più che il compito della politica sia produrre idee e farle avanzare nella società: si attende il messia che moltiplichi pani e pesci o ci insegni a camminare sulle acque.

Criminalizzare il “partito dell’uomo forte”, in definitiva, è molto facile e molto inutile. Riflettere su come il nostro deficit di politica abbia suscitato questo tipo di sentimento è più faticoso, e implica autocritica. Per questo, siatene sicuri, il dato Censis sarà impugnato dalle opposte fazioni come un randello: da un lato per legittimare la citata retorica dei pieni poteri (“Lo chiede il popolo!”), dall’altra per agitare lo spettro del ritorno del fascismo. Nessuna delle due cose è vera, nessuna delle due ci aiuterà a uscirne.

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