Decrescita leghista
7 Dicembre Dic 2019 0601 07 dicembre 2019

Dalla Nutella a quota 100, dall’euro al Jobs act, ecco svelata la grande bufala di Salvini pro business

Esattamente come Di Maio, il leader sovranista è una tragedia per gli affari delle aziende e una catastrofe per i bilanci delle famiglie. Quando se ne accorgerà il cosiddetto Nord produttivo?

Salvini Nutella Linkiesta

Bisognerà smetterla, una volta per tutte, di credere che Matteo Salvini sia un politico pro business. Salvini è un politico anti business. Esattamente come Luigi Di Maio, Salvini è un facilitatore della decrescita felice, anche se non lo dice. Il caso Nutella è l’ultimo esempio: dire che non mangia Nutella perché le nocciole non sono italiane è una scemenza rivelatrice della visione economica declinista della Lega che evidentemente vorrebbe una Ferrero piccola e autarchica e non la potenza da oltre dieci miliardi di euro di fatturato quale è. Tra l’altro, la Turchia produce quasi il 75 per cento delle nocciole del mondo e buona parte dei noccioleti turchi che servono la Ferrero per produrre la Nutella e i Rocher sono di proprietà dell’azienda italiana, non sono turchi. Salvini è il primo esempio di politico sovranista che auspica l’imposizione di dazi alle aziende italiane, ammesso che sappia che cosa sono i dazi. Salvini è un Trump con la lungimiranza di Toninelli e il senso di responsabilità di un adolescente.

A confermarlo non c’è solo la Nutella, ovviamente, a favore della quale peraltro qualche anno fa aveva sguainato la spada tipo Alberto da Giussano con la quale era pronto a invadere la Gallia di Ségolène Royal perché la socialista francese si era permessa di criticare la crema da spalmare allora considerata made in Italy. Sulla Nutella, Salvini qualche giorno fa ha anche fatto un TikTok per testimoniare il successo dei nuovi biscotti Ferrero, evidentemente perché la Bestia di Luca Morisi gli aveva detto che il nuovo prodotto con Nutella era trend topic. In serata, sempre perché Morisi deve aver valutato il sentiment sulla rete, è arrivato il dietrofront nutelloso e chi se ne importa della tonda gentile del Piemonte.

Certo, c’è sempre una componente fumettistica in tutto quello che fa Salvini, dalle buffonate sul Dio Po al cuore immacolato di Maria, e a voler essere seri non dovrebbe essere preso sul serio, ma non siamo un paese serio e non viviamo in un’epoca seria. Al contrario, siamo nel tempo in cui qualunque cialtrone scenda in campo di qua e di là dell’Atlantico raccoglie applausi e consensi popolari.

Una valutazione sine ira ac studio delle sue proposte economiche quindi va fatta e, nonostante la narrazione di un Salvini filo industriale, la verità è che Salvini è una catastrofe per chi produce.

Nonostante questo curriculum e questo programma, il Nord produttivo in questi anni ha creduto alla bufala del Salvini motore della crescita, assecondandolo nella sua campagna antireferendaria del 2016 e nelle scorribande scioviniste e anti immigrati degli anni successivi

Salvini vuole uscire dall’euro, la scelta politica più disastrosa immaginabile per le aziende, per il lavoro, per gli affari italiani. I suoi consiglieri Borghi e Bagnai hanno causato danni miliardari alle finanze italiane, alle banche, ai mutui, alla possibilità di finanziare gli investimenti di artigiani, di industriali e delle famiglie, semplicemente ribadendo al mercato e agli investitori internazionali il progetto di uscire dalla moneta unica.

Salvini è il responsabile di quota 100, la più dispendiosa e improduttiva spesa pubblica degli ultimi decenni, assieme al reddito di cittadinanza che è stato approvato col suo voto, sancito addirittura su un contratto, e dal governo di cui lui era vicepresidente. Il governo a egemonia di Salvini ha tolto gli incentivi alle assunzioni e ha smantellato il Jobs Act, le due principali misure che hanno garantito la ripresa economica italiana post crisi, e infatti sotto Salvini il prodotto interno lordo è tornato negativo, anche perché un altro indimenticabile provvedimento del suo governo è stato quello di depotenziare Industria 4.0, ovvero gli incentivi a investire per trasformare tecnologicamente le aziende e per traghettarle nell’era digitale.

Le continue baruffe con le istituzioni europee e le controriforme sul lavoro hanno impedito che Bruxelles continuasse a consentirci maggiore flessibilità negli investimenti, come era successo negli anni di Renzi. Al governo, poi, ha lasciato fare al suo compare Di Maio, con il nullaosta del fido Giancarlo Giorgetti, i disastri Ilva e Alitalia, per non parlare degli accordi con la Cina per la cessione delle nostre infrastrutture in cambio di un carico di arance.

A Salvini va riconosciuto soltanto di aver esteso il regime forfettario per le partite Iva, già adottato dai governi precedenti, mentre illudeva tutti quanti con la bufala della flat tax di cittadinanza.

Nonostante questo curriculum e questo programma, il Nord produttivo in questi anni ha creduto alla bufala del Salvini motore della crescita, assecondandolo nella sua campagna antireferendaria del 2016 e nelle scorribande scioviniste e anti immigrati degli anni successivi.
Sono molteplici e strutturali i motivi per cui l’Italia è un paese stagnante e incapace di crescere, ma soltanto uno è riconoscibile con il nome e il cognome di Matteo Salvini.

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