Com’è il nuovo disco di Townshend & Daltrey
9 Dicembre Dic 2019 0600 09 dicembre 2019

Il lamento orgoglioso, romantico, spavaldo e scazzato degli Who (sono tornati, sono sempre loro)

Il malinconico tentativo di non sentirsi vecchi, il sintomo di una crisi esistenziale apertasi a 16 anni e mai sopita. Più che un album, il pamphlet di una band che si sentiva irrilevante a trent’anni, ma che è ancora qui a lamentarsene ora che i superstiti vanno per gli ottanta

The Who
Copertina dell’album

Con l’album che porta soltanto il loro nome, il primo in 14 anni e il quarto negli ultimi 40 (parlando d’inediti), The Who non hanno mandato alle stampe una raccolta di canzoni, ma un pamphlet. L’iniziativa può essere ascritta al solo Pete Townshend, da sempre autore di musica e testi del gruppo, dal momento che il 50 percento della band è defunto da un pezzo – Moon & Entwhistle – e che l’apporto dell’oggi 75enne Roger Daltrey al collettivo è sempre stato di tipo muscolare, si trattasse di laringe o di memorabili zompi riccioluti. Who è l’ultima rock-opera di Townshend – non-fiction stavolta – che utilizza una serie di canzoni e un’atmosfera generale per dire la propria sul tema che lo ossessiona da quand’era ragazzino: come può l’artista sopravvivere alla sua natura effimera, che poi coincide col momento della creatività pura?

Se lo chiedeva già ai tempi di My Generation, quando prometteva di togliersi di torno prima dei trent’anni. Se lo chiedeva perfino prima, quando alla scuola d’arte leggeva le teorie di Gustav Metzger sull’autodistruzione dell’artista, che doveva implodere come una stella. Non è successo niente di tutto questo, a morire sono stati gli altri, quelli che autodistruttivi erano per istinto e non per dottrina, ma la questione dell’impossibile coerenza tra l’energia e l’estetica dell’artista, nel caso di Townshend votate al rock, e i crepuscolari risvolti dell’invecchiamento, è diventata la ricorrenza di un animo perennemente torturato come quello di Pete.

Che infine ha deciso di canalizzare questa fissazione nel prodotto che più temibilmente lo poteva rendere pubblico, ovvero proprio un disco, suonato da settuagenari dotati di un sound identico a quello che li ha sempre contraddistinti, ovvero paurosamente ancorato al passato, utilizzandolo per incidere un set di canzoni che ponessero il problema, una volta per tutte: che fare? Siamo sopravvissuti a noi stessi, abbiamo nostalgia del passato e vergogna di questa nostalgia, scricchioliamo e, come canta Daltrey, di raggiungere le note alte non se ne parla più. Che fare? Siamo una pietra di paragone o solo un’illusione morente? Ci crediamo inimitabili, o semplicemente nessuno più ci imita?

«Chi ha voglia di diventare saggio? Ho provato in tutti i modi a rimanere giovane»

Pete Townshend

Questo è The Who che perciò, sebbene inanelli brani di qualità appena sufficiente, con pochi picchi verso l’alto e diverse cadute nella banalità, diventa però un oggetto del discorso di grande interesse, al punto da potersi evolvere perfino in un valore commerciale, perché sono tanti i vecchi ascoltatori che potrebbero restare colpiti dalla provocazione. Dubito che andrà così. The Who resterà soprattutto una questione intellettuale, la scintilla di un piccolo clash culturale, rinchiuso in una cover che non si può non notare, firmata da Peter Blake, lo stesso che fece quella di Sgt Pepper 52 anni fa, e che adesso a 87 primavere riesce ancora a intercettare il “senso degli Who” con un patchwork che contempla Chuck Berry e Muhammad Ali, la Union Jack, Batman & Robin e l’icona di Townshend che sfascia la chitarra. Come dire: qua dentro troverete materia nobile di un secondo Novecento archiviato.

Del resto, una volta iniziato il disco, i due superstiti della band (che tra loro hanno pessimi rapporti e hanno registrato le rispettive parti separatamente, senza incontrarsi – prezzo da pagare al logorio delle relazioni che coincide con la terza età) vanno dritti al punto: «Me ne frego se odierai questa canzone», intona Daltrey in All This Music Must Fade. Ci dice che se a noi ripugnano i vecchi musicisti, a loro non gliene può importare di meno, perché sono sempre gli stessi e non cambieranno per compiacerci. È una dichiarazione d’intenti, che s’intona con lo stile strafottente che dagli inizi caratterizza la band: quando avevano vent’anni si diceva che fossero l’epitome del ribellismo brit, adesso, avviati agli ottanta, si può pensare che sia l’effetto irriducibile di chi ha fatto solo questo nella vita, e non lo può abiurare quando s’avvicina la morte. Insomma i kids restano alright anche quando i reumatismi presentano il conto. E se qualcuno può permettersi di parlarne, sono solo i diretti interessati.

Townshend si muove in lungo e in largo in questo territorio di scrittura: cosa significa diventare vecchi, quante lezioni vengono a galla e via di questo passo. La vecchia arroganza è soprattutto una boa a cui aggrapparsi: «Questi suoni li avete già sentiti», canta Daltrey, ma poi subentra la voce di Townshend a chiudere la traccia: «E chi se ne fotte». Salvo confidarci che a quest’età è piacevole starsene a casa «a guardare in film in vestaglia» (Break the News), ma alla fine «chi ha voglia di diventare saggio?… ho provato in tutti i modi a rimanere giovane».

Confessioni interessanti, a margini dello spirito di perenne autoflagellazione che ha caratterizzato la carriera di Townshend, che ha sempre parlato del proprio destino di rockstar come di una iattura. Vallo a dire ad altri arzilli vecchietti come gli Stones, i Queen o McCartney, che invece che dedicare, come Townshend, quello che presumibilmente è il suo ultimo album a ruminare la questione del tempus fugit, ancora cinguettano canzoni d’amor senile.

The Who invece è questo: un lamento orgoglioso e scazzato, sintomo di una crisi esistenziale apertasi a 16 anni e mai sopita e di una perenne vita-contro. I pezzi suonano come ve li aspettate, con una grinta appannata, una tenace grandeur, il solito malessere irrisolto, mutuato in stanchezza. Ma l’ascolto è sconcertante: Townshend nel ‘66 in un’intervista già parlò di morte dell’innocenza del pop. Quando il punk mise fuoricampo il suo sound disse di sentirsi irrilevante e aveva da poco passato i trenta. Nel 2019 ha sentito il bisogno di incidere un altro disco, per dirci che sebbene si senta il residuato di un altro tempo, non smette di intuire un valore in ciò che fa. Attorno aleggiano dei suoni liquidi di sintetizzatore uguali precisi a quelli di Baba O’Riley. E allora tutto un po’ si confonde, si diffonde un’atmosfera di malinconica spavalderia, di brutale romanticismo. Come se quest’album ci dicesse: sono finito, sono morto, ma non riesco davvero a capire cosa significhi essere morto.

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