La verifica
10 Dicembre Dic 2019 0600 10 dicembre 2019

Manovra, Mes e nomine: l’unica cosa su cui il governo riesce (benissimo) ad accordarsi sono i rinvii

Si susseguono vertici fiume di maggioranza, ma l’unico risultato sono gli slittamenti delle tasse e delle decisioni sulle nomine. Continua lo scontro interno alla maggioranza sul Mes e sui dei vertici delle Commissioni, con i 5 Stelle che puntano ad accaparrarsi tutto

Giuseppe Conte Linkiesta
(Andreas SOLARO / AFP)

Le intese della manovra, approvata “salvo intese” dal consiglio dei ministri, alla fine nel governo non sono arrivate. Dopo le 15 ore di vertice del fine settimana, la plenaria della Commissione Bilancio del Senato ieri è slittata di altre quattro ore. E l’accordo raggiunto tra i giallorossi sulla legge di bilancio ha partorito tutto fuorché un accordo. A tarda sera è arrivato il pacchetto di emendamenti dell’esecutivo. Ma l’unica intesa, a quanto pare, è su un calendario di rinvii, proroghe e posticipi nella speranza che da una parte o dall’altra qualcuno prima o poi deponga le armi. Sulla questione più spinosa, cioè le tasse e microtasse, materia ad alta temperatura elettorale con il test delle regionali emiliane e calabresi alle porte, è tutto rimandato. Posticipate la plastic tax e la sugar tax (la prima a luglio, la seconda a ottobre), rimodulate le tasse sulle auto aziendali e l’aumento dell’Ires, rinviate le sanzioni per i commercianti senza Pos e la stretta sull’Imu. Meglio evitare di litigare ora, prendersi del tempo e tirare in avanti, almeno fino a dopo l’appuntamento elettorale del 26 gennaio. Vertice di maggioranza dopo vertice di maggioranza, la quadra non si trova. Sciolto un nodo, se ne crea un altro. Ed è tutto un gioco di sottile equilibrismo. D’altronde era stata la stessa maggioranza a ingolfare con oltre 5mila emendamenti la quinta commissione del Senato, con il Pd – che è partito di governo e la manovra quindi l’ha scritta – che ha presentato un numero di proposte di modifica maggiore della stessa Lega – che invece è all’opposizione.

Ieri il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ormai più simpatizzante per il Pd che per il M5s, ha ammesso che così non va, annunciando che «un minuto dopo l’approvazione della legge di bilancio» dovrà aprirsi la verifica di governo «necessaria» per indicare «un cronoprogramma fino al 2023». Il Paese «chiede chiarezza, non possiamo proseguire con dichiarazioni o differenti sensibilità, sfumature varie e diversità di accento», ha detto Conte, allineandosi alla proposta arrivata da tempo dal gran consigliere del Pd Goffredo Bettini. Il messaggio è soprattutto per Di Maio, che subito ha gettato acqua sul fuoco dando una parvenza di unità. «In questa cornice, di condivisione e convergenza di vedute, il governo deve andare avanti su temi fondamentali per gli italiani come la casa, la sanità, il lavoro. Penso sia dunque doveroso stilare una lista di priorità andando anche a individuare le tempistiche per l’approvazione di importanti provvedimenti»: è il messaggio recapitato da Bruxelles in un linguaggio conciliante che non si sentiva da tempo.

Ma tra le intese mancanti, a risentirne è lo stesso iter parlamentare del bilancio dello Stato, che continua ad accumulare ritardi. E ormai si dà sempre più per certo che il provvedimento verrà modificato solo al Senato, con la Camera che farà solo da spettatrice della discussione per arrivare alla approvazione entro il 31 dicembre, onde evitare di cadere nell’esercizio provvisorio. Le opposizioni sono sul piede di guerra. Ma le preoccupazioni sono arrivate anche dai presidenti di Camera e Senato. La legge di bilancio non era mai arrivata così tardi in discussione. In Senato l’inizio dei lavori è previsto per il 12 dicembre, il primo voto in aula è fissato per venerdì 13 dicembre. E il Milleproroghe entrerà con molta probabilità come emendamento della manovra: prorogate, tra le altre cose, le norme sulle intercettazioni, sulla stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione fino allo stato di emergenza legato al ponte Morandi. E senza accordo di maggioranza, slitanno pure al 31 gennaio del 2020 le scadenze per il rinnovo degli attuali vertici del Garante della privacy e dell’Agcom, ormai senza guida da giugno.

I grillini non cedono, preferendo piuttosto lasciare la Commissione Lavoro del Senato nelle mani del facente funzione della Lega William De Vecchis, anziché concedere spazio a un alleato del Pd

Ma la manovra non è l’unico scoglio per i giallorossi in lite continua. Anzi. Mercoledì 11 dicembre, in vista del Consiglio europeo, si vota pure la complicatissima risoluzione sul Fondo Salva Stati, su cui pure il governo ha preferito rinviare la discussione. Dopo il negoziato portato avavnti da Gualtieri a Bruxelles, Conte torna a riferire al Parlamento. Chiuso l’ennesimo vertice di maggioranza, è stata approvata una bozza di risoluzione che «impegna il governo» ad «assicurare l’equilibrio complessivo dei diversi elementi al centro del processo di riforma dell’Unione economica e monetaria (cosiddetta logica di “pacchetto” Mes, Bicc, Unione bancaria) approfondendo i punti critici del pacchetto di riforme». Ma già i Cinque Stelle hanno chiesto di discutere la bozza all’interno dei gruppi parlamentari. Il ministro Roberto Gualtieri è andato all’attacco di Salvini, ma non è bastato a compattare la maggioranza.

Basta guardare, d’altronde, quello che sta accadendo per le nomine dei presidenti delle Commissioni rimaste scoperte col nuovo giro di ministri e sottosegretari del Conte due. L’impasse che dura ormai da settembre, dopo il rinvio delle nomine a ottobre, potrebbe sbloccarsi il prossimo 17 dicembre, quando è stata fissata la data per le nuove nomine, compresa quella del segretario d’aula. Ma non è detto che non slitti di nuovo. Al Senato, va trovato un presidente per la Commissione Sanità, dopo la nomina di Pierpaolo Sileri a viceministro della Salute; per la Commissione Lavoro, dopo la nomina di Nunzia Catalfo a ministro del Lavoro; e per la Commissione Difesa dopo la vittoria di Donatella Tesei in Umbria. I Cinque Stelle le vogliono tutte e tre. Ma gli occhi sono puntati soprattutto sulla Commissione Lavoro, per la quale sin da subito i Dem hanno fatto il nome del senatore Tommaso Nannicini. Ma i Cinque Stelle si sono messi di traverso, intenzionati a occupare tutta l’area lavoro in nome della paternità del reddito di cittadinanza, dopo aver occupato le poltrone di Inps e Anpal con i propri uomini (Tridico e Parisi). In questo modo al Pd, unico partito di sinistra, sul fronte del lavoro non resterebbe niente. Cosa che non piace neanche ai sindacati. Ma i grillini non cedono, preferendo piuttosto lasciare la Commissione nelle mani del facente funzione della Lega William De Vecchis, anziché concedere spazio a un alleato del Pd.

Intanto, senza presidenti, le commissioni non funzionano e si riuniscono di rado, con più di 20 disegni di legge in stallo ormai da settembre. Con tutto quello che invece andrebbe sistemato soprattutto sul fronte della fase due del reddito di cittadinanza. E lo stesso stallo c’è sulle commissioni speciali sulle banche e sulla sicurezza sul lavoro. Per le banche i Cinque Stelle sono arrivati a candidare il senatore Elio Lannutti, che lo scorso febbraio rilanciò sui suoi canali social la nota bufala antisemita sui Protocolli dei Savi di Sion, un falso storico creato nella Russia imperiale oltre che un fantomatico complotto ordito da alcune potenti famiglie di origine ebraica per governare il sistema bancario mondiale. Una proposta che il Pd ha già rispedito al mittente.

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