Il ritorno dei peronisti
11 Dicembre Dic 2019 0600 11 dicembre 2019

Si è insediato Alberto Fernández, il presidente argentino aiutato da Papa Francesco

Esisteva un “ordine non scritto” della Curia per garantire che durante le campagne elettorali i sacerdoti usassero le omelie per criticare le misure di Macri. Bergoglio ha lavorato per riappacificare kirchneristi e peronisti ortodossi, perché da divisi nel 2015 avevano perso

Bergoglio Kirchner_Linkiesta
/ PRESIDENCIA ARGENTINA / AFP

Sarebbe stato Papa Francesco a usare la sua influenza per permettere che Alberto Fernández togliesse a Mauricio Macri la presidenza argentina. Sì. Molte sono le incognite sul nuovo inquilino appena insediato alla Casa Rosada. Una riguarda il dubbio se sarà un moderato, o se tornerà al populismo dell’era di Cristina Fernández de Kirchner, che comunque è stata eletta come sua vicepresidente: Fernández-Fernández è stato chiamato il duo in campagna elettorale, o Effe-Effe. In gran parte collegato al dubbio precedente, è il secondo quesito: se Fernández avrà un profilo autonomo, o sarà semplicemente un pupazzo di Cristina. Lei ha preferito correre da Vice e non di nuovo da Presidente un po’ per accreditare una immagine di rinnovamento, e consentire che la sua alleanza elettorale potesse riunire anche il peronismo ortodosso diffidente nei suoi confronti: “Fronte di Tutti” è stata infatti definita. Ma molto suggeriscono i maligni, anche per via degli 11 processi in cui è tuttora imputata: la maggior parte per malversazione, ma c’è stata anche una accusa di “tradimento alla patria” per aver coperto le responsabilità dell’Iran sull’attentato all’Associazione Mutualistica Israelita Argentina. In Argentina infatti non c’è immunità per il presidente ma c’è per il vicepresidente, in quanto presidente del Senato.

Un dubbio ulteriore è se a un certo punto Fernández non si dimetterà, per far governare Cristina direttamente. Magari dopo aver ripulito la posizione di lei a colpi di indulti e amnistie, o intimidendo i giudici che indagano su di lei. Addirittura, in campagna elettorale si era detto che avrebbe istituito una sorta di “Ministero della Vendetta”. Chiunque governerà e come lo farà ci sarà il problema di venire a capo di una situazione economica che si preannuncia tempestosa quanto non mai. Anche se Macri lascia in eredità alla Banca Centrale una riserva che in quattro anni è salita da 5 a 25 miliardi di dollari, ed è riuscito a ottenere l’autosufficienza finanziaria. Non è riuscito però a ridurre in modo significativo né la povertà né l’inflazione, e soprattutto con lui il peso ha iniziato a un certo punto a essere travolto da uno sciame di tempeste speculative, che col nuovo governo minacciano di diventare veri e propri uragani.

La cosa di cui nessuno dubita, però, è che sia stato Papa Francesco a lavorare per favorire quella riappacificazione tra kirchneristi e peronisti ortodossi la cui frattura nel 2015 aveva favorito la vittoria del liberale Macri. Infatti 37,08 aveva preso al primo turno il kirchnerista Daniel Scioli, 34,15 Macri, 21,39 l’altro peronista Sergio Massa. E la confluenza dell’elettorato di Massa aveva consentito a Macri di imporsi al ballottaggio col 51,34. Stavolta, invece, Effe-Effe hanno preso subito il 48,24, contro il 40,28 di Macri: e per la legge elettorale basta il 45% per vincere al primo turno.

Esisteva un “ordine non scritto” della Curia per garantire che durante le campagne elettorali i sacerdoti usassero le omelie per criticare le misure di aggiustamento economico realizzate da Macri in base agli impegni assunti con il Fondo Monetario Internazionale.

È stato in particolare il Financial Times in un articolo dello scorso 17 agosto a parlare di un incontro che «sarebbe stato determinante» per l’inizio del dialogo tra i due Fernández. «Il momento decisivo in quattro anni di carriera dell’uomo che molti credono che sarà il prossimo presidente dell’Argentina ebbe luogo all’inizio del 2018, quando ebbe luogo un incontro privato con il Papa Francesco» dice esattamente l’articolo, a firma Benedict Mander. Un primo passo per la riunificazione del peronismo «dopo la sua umiliante sconfitta alle elezioni di mezzo termine di fine 2017», quando ancora Macri aveva il vento in poppa. Per smentire il Financial Times Fernández rilasciò una intervista, in cui invece finì per ammettere parecchio. «Sempre ho avuto un vincolo di mutuo rispetto con Bergoglio, che mi ha ricevuto varie volte. Per un certo periodo sono stato molto arrabbiato con la Chiesa, perché non pratica valori cristiani come l’amore per i poveri. Ma Francesco mi ha riconciliato con la Chiesa». Tre giorni dopo l’articolo del Financial Times Fernández andò dalla Conferenza Episcopale Argentina, ricevendo un imprimatur al suo programma economico. Vari giornali di sinistra sono andati oltre, assicurando che esisteva un “ordine non scritto” della Curia per garantire che durante le campagne elettorali i sacerdoti usassero le omelie per criticare le misure di aggiustamento economico realizzate da Macri in base agli impegni assunti con il Fondo Monetario Internazionale.

La cosa suona curiosa, perché in effetti quando Bergoglio stava a Buenos Aires era con il governo di Cristina che si scontrava in continuazione per il suo laicismo militante alla Zapatero. Invece con l’allora sindaco Macri c’erano relazioni tutto sommato buone. Ma dopo che Bergoglio divenne Papa Francesco il kirchnerismo iniziò a corteggiarlo, e sparirono anche di circolazione vari libelli provenienti da quell’area che tacciavano il Pontefice di aver avuto compromissioni con il regime militare. Di ira del Papa verso Macri si parlò invece in particolare nel giugno del 2018, quando la Camera approvò per quattro voti una legge sull’aborto, peraltro poi bocciata dal Senato per 7 voti. In quell’epoca padre Guillermo Marcó, già portavoce di Bergoglio durante gli anni del suo arcivescovato a Buenos Aires, rilasciò una intervista rimasta poi inedita, ma di cui siamo venuti in possesso. Il suo avvertimento era chiarissimo. «Quella di Macri di lasciare la più ampia libertà di coscienza su un tema tanto delicato credo che alla fine avrà un costo politico molto grave per il Governo attuale, votato anche da tantissimi cattolici, che però sono rimasti delusi da questa posizione».

Bergoglio ha teso sempre più a presentarsi come un personaggio politicamente agli antipodi rispetto all’immagine di Macri

Marcó difendeva l’atteggiamento di Bergoglio durante le presidenze dei coniugi Kirchner. «Bergoglio ha sempre mantenuto un a sana indipendenza. Mi ricordo una Sua frase: ‘I favori si pagano’. E non ha mai accettato nulla, rifiutando anche privilegi come un'auto privata con autista dato che viaggiava sempre con i mezzi pubblici, biglietti aerei gratuiti e rifiutandosi anche di vivere nella mansione destinata all'Arcivescovo, preferendo stabilirsi nella Curia, cosa replicata anche da Papa. Ciò gli dava una indipendenza, perché poteva dire ciò che voleva in assoluta libertà: fatto che molesta chiaramente al potere, specie in un Paese dove c'è molta corruzione politica e ci sono sindacalisti che vivono come signori feudali».

Sulla conversione di Cristina a sua amica dopo l’elezione a papa, Marcó spiegava che «Interpretare al Papa senza una chiave religiosa sia come mutilarlo». E anche che «se c'è qualcosa che non si può criticare al peronismo è la sua capacità di interpretare il potere». «Credo che Cristina avesse un gran potere ma era molto sola , per cui ha incontrato in Francesco qualcuno che possiede la capacità di ascoltare». Quanto a Macri, Marcó ricordava: «quando si celebra l'inizio del papato Macri , che era sindaco di Buenos Aires, non figurava nella comitiva Presidenziale Argentina e dovette arrivare separatamente. Bergoglio impose uno strappo al protocollo Vaticano, che ammette solo capi di Stato o Regnanti alla cerimonia, e fece aggiungere due sedie in prima fila per Macri e la moglie. E nel successivo incontro gli chiede come mai non fosse presente la sua figlia minore Antonia. Quindi una attitudine assolutamente cordiale. Ma poi una volta eletto Presidente Macri, il Ministero degli Esteri ha fatto sapere che la relazione doveva essere meramente diplomatica. Al Papa non piace il protocollo e la cosa, secondo me, gli deve essere apparsa ridicola, pensando a come lo aveva ricevuto in precedenza. Si è trattato di un gravissimo errore del Governo a cui il Santo Padre si è adattato a malincuore, come si nota nelle foto e nei filmati».

Problemi personali, dunque, a cui però si deve essere assunta una crescente incomprensione politica, nel momento in cui Bergoglio ha teso sempre più a presentarsi come un personaggio politicamente agli antipodi rispetto all’immagine di Macri. Che a sua volta ha voluto però apparire non come un “destro” ma come un “liberalizzatore liberale”, da cui la prosecuzione di quell’agenda di laicizzazione che la Kirchner aveva iniziato. Comunque, gli incontri tra i due a Roma sono stato marcati da una evidente freddezza. Altro sgarbo: il rifiuto ostentato da Bergoglio a venire in visita in Argentina fin quando ci fosse Macri alla Casa Rosada. L’appoggio al Fronte di Tutti non sarebbe che il logico esito finale di questa evoluzione.

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