Leoni da tastiera
11 Dicembre Dic 2019 0600 11 dicembre 2019

I processi mediatici a Renzi o Formigli dimostrano una cosa sola: siamo esseri fatti d’invidia

È un esercizio quotidiano a cui ci dedichiamo nelle pause, un caffè acido di cui non riusciamo più a fare a meno. Vogliamo facce da odiare e nomi e cognomi da insultare: compresi, a turni alterni, il leader di Italia Viva e il giornalista di Piazza Pulita

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È il non detto di milioni di commenti digitati ogni giorno in giro per il mondo, è la filigrana stessa dei social network, è il silent talk dei talk show, è un iceberg di bile di cui il fanatismo giudiziario non è che la punta. L’invidia. “Dietro ogni grande fortuna c’è un crimine”: per noi non è più abbastanza. Vogliamo facce da odiare, lineamenti da sfottere, nasi storti e orecchie a sventola e pance in fuori, carne da frollare, nomi e cognomi da insultare. Ci piace l’uomo forte perché all’occorrenza può trasformarsi in un inequivocabile capro espiatorio. La colpa è di quello lì. Dietro ogni fortunato c’è un criminale: ecco che cosa sussurra lo spirito dei tempi.

Siamo noi la più o meno consapevole claque dei processi mediatici. Le grand jury c’est moi. Élite come sinonimo di cosca. Chi appartiene a categorie che riteniamo privilegiate – politici, giornalisti, vip in generale – deve nascondere qualche orribile segreto, perché anche noi lavoriamo e sudiamo, ma guarda un po’ dove sono loro e dove invece siamo noi. Loro sono in tivù. Dev’esserci un codice segreto per aprire le porte della felicità e i potenti ce lo tengono nascosto. Chi ha invidiato ieri potrà essere a sua volta invidiato domani. Perché l’invidia è come Saturno che divora i suoi figli: con la quantità di bile che produce potrebbe digerire nazioni intere. Di tutti i cavilli legali, morali e immobiliari a noi non ce ne frega nulla: a noi interessa che Matteo Renzi possa permettersi di giocare a nascondino con i figli nel parco di una villa da 300 metri quadri, che Corrado Formigli prenda il sole a piacimento nel centro di Roma su un terrazzo da 100 metri quadri. Ogni scusa è buona per fargliela pagare. Non ha prestato le uova al vicino? Tanto basta. Non ci interessano i perché e i per come, meriti e leggi e ragionamenti, a noi interessano solo i metri quadri. Che sono più dei nostri. Non ci serve altro per sperare che li perdano in un sol colpo. Sfratto, confisca, tutti per strada! E che si pentano delle loro fortune, che abiurino il proprio successo. Maledetti, guarda qui che bolletta della luce m’è arrivata, a me. Vivesse in uno sgabuzzino potremmo amare perfino un ministro.

L’invidia è un esercizio quotidiano a cui ci dedichiamo nelle pause, un caffè acido di cui non riusciamo più a fare a meno

Se la felicità è difficile da misurare, possiamo però scomporre il successo in dati e cifre. Prima ancora che in metri quadri, in like. Una visura catastale pubblica e gratuita. Il pollice alto come ipostasi del successo, l’unità di misura per la riuscita della nostra esistenza. Addirittura Instagram ha preso atto della nevrosi da computo dei cuoricini, e li ha oscurati. Ma restano Facebook e Twitter, resta il numero dei follower, quello dei commenti. L’invidia è un esercizio quotidiano a cui ci dedichiamo nelle pause, un caffè acido di cui non riusciamo più a fare a meno. Come può, quel cretino, avere più follower di me? Come può una banalità sgrammaticata raccogliere più like del mio commento geniale? È brutto, quel tipo, tutta questione di filtri, non ve ne accorgete? Idioti! Senza questa esca per il nostro narcisismo, senza questo doping per le nostre frustrazioni, l’attenzione che dedichiamo ai social network scemerebbe in fretta. Una partita di calcio senza gol, novanta minuti di passaggi a vuoto, la noia. Mentre ci anima una smania di quantificazione: quotidianamente, dedichiamo due ore alle declinazioni digitali della vecchia gara a-chi-la-fa-più-lontano. E non è giusto che qualcuno la faccia più lontano di noi.

Ormai, abituati agli schermi, cerchiamo di allargare con indice e pollice le parole stampate su un foglio. Allo stesso modo, traduciamo automaticamente in like i carrelli della spesa in fila al supermercato, i modelli delle auto parcheggiate in città, mariti e mogli dei conoscenti, le aziende in cui lavorano i nostri amici. Perché mai il mondo ha apprezzato più loro di noi? La verità è che non perdoniamo a nessuno di elevarsi al di sopra delle nostra ambizioni, per quanto siano tanto meschine da poter essere ridotte a un numero decimale.

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