Due scrittori, due Russie
11 Dicembre Dic 2019 0600 11 dicembre 2019

Bykov sfida Limonov, in nome della libertà e contro l’estremismo

Uno liberale, l’altro di destra. Uno contrario alla guerra in Ucraina, l’altro a favore. I due scrittori incarnano anime opposte del Paese. Ma entrambi si oppongono, da posizioni diverse, al governo di Putin

Bykov-Limonov
Immagini dell’autore

Parlare dell’oggi è noioso. Anche gli anni ’90 sono noiosi. Secondo Dmitry Bykov, uno degli scrittori più versatili, vivaci e colorati del panorama letterario russo contemporaneo, altri periodi sono più interessanti. «Meglio l’epoca di Ivan il Terribile. O i primi anni di Stalin». Per lui la Russia di oggi «è soltanto una pallida riproposizione della Russia degli anni ’30. Per il mio Paese è così: funziona attraverso corsi e ricorsi storici, tutto si manifesta e tutto ritorna». Certo, «con meno sangue (ed è un pregio). Ma anche con meno stimoli per la scrittura (ed è un difetto)».

Non è un caso allora che il suo ultimo romanzo, Giugno (Francesco Brioschi Editori), sia ambientato nella Russia degli anni ’40.

Eppure scantonare dal presente, soprattutto in fatti di letteratura, non significa sfuggirne. Bykov ne parla eccome. Ad esempio lo fa in un romanzo, che «è già pronto: ma lo tengo nel cassetto. E uscirà solo tra dieci anni», sorride a Linkiesta. Quando la situazione russa sarà diversa: «Facile prevedere che cambierà. Più difficile dire in quale direzione, o se ci sarà una sommossa o una rivoluzione. Al momento è come una macchina vecchissima (di produzione russa) che corre all’impazzata in una strada di montagna. Non c’è tempo di ripararla», spiega. «E io, visto che posseggo una vecchia macchina di produzione russa», ironizza, «so quanto è pericoloso». L’unica speranza «è che l’autista sia intelligente». Ma parla del presente, quando ne sente il desiderio, anche con articoli sui giornali, o con le poesie.

Sono famosissime, del resto, le poesie di Bykov: tanto che hanno già dato, nel 2011, alcuni grattacapi al governo di Vladimir Putin. Prima le recitava, improvvisandole, in una sorta di notiziario settimanale in versi di fronte al pubblico che lo ascoltava (andare a serate di poesia in Russia è un fatto comune). Questa operazione, artistica e politica, andò in radio, fu censurata, migrò su internet e finì per portarlo a fare una tournée per il Paese, seguitissima. Poi, smesse le versificazioni, ha continuato il contatto con la folla, organizzando manifestazioni contro Putin, che riunivano intellettuali e scrittori a favore dei principi liberali.

Non sono andate bene. O meglio, con lo scoppio della guerra in Ucraina, Bykov si è trovato a pagare il prezzo delle sue posizioni non filo-russe. La scomunica è arrivata in via televisiva, durante la trasmissione “Professione Reporter” su NTV, rete di proprietà di Gazprom. Lo scrittore viene definito, insieme ad altri 17 intellettuali, “amico della Giunta” (cioè degli ucraini), la “Quinta colonna” del potere straniero. In breve: il “traditore”.

«Anche i miei amici e i miei contemporanei mi hanno abbandonato in quel frangente», racconta al pubblico di Più libri più liberi, rassegna romana della piccola e media editoria. Ma è riuscito a trarne una lezione. «Se una persona riesce a trovare le energie per andare avanti anche dopo questo, allora è forte. E se riesce a continuare a scrivere, allora è un poeta». Resistere, però, non è vincere. E oggi «io sono un uomo che è stato tradito. Mentre i liberali, come me, in Russia, sono in una situazione desolante».

«Però, tra le cose che ho imparato c’è questa: non difendere mai i tuoi nemici». Ed è qui che tira in ballo Eduard Limonov, il nemico politico, estetico, rivale letterario e anche lui presente alla rassegna per presentare l’edizione italiana de Il boia (Sandro Teti editore). «Quando fu arrestato andai a trovarlo. Un gesto di solidarietà in cui ero convinto. E lui cosa ha fatto?», quando il Paese ha cominciato a virare a destra, e in mezzo alla crisi ucraina, «mi ha definito, anche lui, e in pubblico, “traditore”».

Ma almeno la sua poesia ne ha tratto un beneficio: «Se il compito del poeta è ampliare la realtà, questa esperienza mi ha permesso di capire meglio la natura umana», ironizza.

I due, entrambi scrittori, entrambi celebri ed entrambi nemici di Vladimir Putin, incarnano visioni del mondo inconciliabili tranne su un punto: l’idealismo

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Di fronte a un personaggio come Bykov, l’opposto esatto si chiama Eduard Limonov, famoso (ma anche famigerato) in tutto il mondo per la sua biografia scritta da Emmanuel Carrère nella quale, va detto, non si è ritrovato («Ha tolto alcune parti della mia storia e della mia personalità che, a mio avviso, sono le migliori»). Dopo la dichiarazione pubblica di Limonov su Bykov, in cui appunto lo accusa di tradimento, i due – specifica lo scrittore liberale – non hanno più avuto «nessun rapporto». Del resto Limonov è tutt’altro che liberale. Si definisce, con (malriposta?) fierezza, «estremista»: le sue idee appoggiano su una sintesi, trovata insieme a un altro intellettuale della stessa risma, cioè Aleksandr Dugin, sulla fusione tra socialismo e nazionalismo, in un’ottica panasiatica che affonda le sue radici in una mitologica antichità.

Alla caduta del comunismo torna in Russia, dopo anni passati tra gli Usa e Parigi, fonda un partito con lo stesso Dugin. Ne esce quasi subito, va a combattere in Bosnia e appoggia, durante il confitto nella ex Jugoslavia, le Tigri serbe. Ancora adesso è vicino alle lotte di Transnistria e Abcasia contro Georgia e Moldavia. E se Bykov era scettico di fronte allo scontro del 2014 tra Russia e Ucraina, Limonov non ha mai avuto dubbi: sta con la Russia. «È vero, è venuto a trovarmi quando ero in carcere», conferma a Linkiesta. «Ma non da solo. Era una delegazione di almeno una decina di giornalisti». E così chiude la questione “tradimento”. O, almeno, ne diminuisce l’importanza.

Ma il divario aumenta. E allora, se Bykov è uno degli autori più amati del momento, Limonov considera la letteratura russa contemporanea «non intelligente». A suo avviso gli scrittori oggi cercano di essere «politicamente corretti e questo è il loro limite». Per non parlare del mondo dell’intellighentsia, oramai «sfaldato, distrutto». Visto che di intellettuali veri «ne nascono due in un secolo», tutti gli altri «hanno un valore bassissimo».

E ancora. Se per Bykov oggi siamo in una riproposizione degli anni ’30, per Limonov è una riedizione della Russia imperiale (chissà perché, poi). Se per Bykov non è possibile «essere brave persone in Russia oggi», per Limonov il problema è invece «la classe dirigente: è pessima. Compreso Putin. Non è vero che li amano. Tutti li odiano, anzi: perché sono incompetenti e disinteressati alle vere questioni del Paese». Ma salva «il popolo», la parte sana, «che ha sempre posizioni più avanzate».

E se Bykov guarda con interesse al mondo dell’Urss, Limonov ne prova repulsione. «Nessuno in Russia è nostalgico dell’Unione Sovietica». Sulle questioni internazionali, secondo Bykov l’Italia è stata la fucina dei populismi, seguita poi da tutti gli altri Paesi del mondo (e questo lo ha scritto in Putin è diventato presidente degli Stati Uniti , con una certa preveggenza), mentre per Limonov l’Italia (come la Germania) è soltanto un «Paese occupato, con cui la Russia non può parlare da una posizione di parità».

Insomma, nel divario che separa i due scrittori non c’è solo il fatto che il primo, Bykov, affronta le cose con una certa ironia mentre Limonov no (mancanza compensata da un piglio deciso) ma anche, se si vuole volare alto, qualcosa che spiega la schizofrenia della contemporaneità: la diversa natura del pensiero liberale e quello estremista.

Detto così, sembra semplice. Eppure i due, entrambi scrittori, entrambi celebri ed entrambi nemici di Vladimir Putin (pur partendo da posizioni opposte) incarnano visioni del mondo inconciliabili – tranne su un punto: l’idealismo, che può diventare rivoluzione, o principio di libertà. Se per Bykov non è vero che «un medico è più utile della letteratura» , mentre è vero che «il materialismo ha fatto solo danni», visto che «l’essere umano non può non essere idealista», Limonov risponde facendo a pezzi i sistemi di pensiero del XIX secolo «dal darwinismo al marxismo: nessun operaio vuole identificarsi come operaio», o smantellando «il sistema scolastico russo, fermo a 100 anni fa: i giovani dovrebbero lasciare la scuola subito e mettersi a lavorare, a sposarsi appena possono», e studiare Dante «non spiega niente dell’attualità».

Per il primo allora l’idealismo è un principio che guarda al miglioramento della società, per il secondo è solo rivoluzione. Due direzioni diverse dello stesso spirito. Due utopie in contrasto. E due Russie, quelle sì, divise: una colta, urbana e vicina all’Occidente. L’altra antiquata, rurale, provinciale e attratta da mitologie panrussiste campate per aria.

Quale sarà quella che prevarrà, al termie della corsa impazzita sulla macchina, è ancora un enigma. Di sicuro, lontano da Vladimir Putin.

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