Metodo Zingaretti
14 Dicembre Dic 2019 0601 14 dicembre 2019

Anche sulla legge elettorale il Pd sceglie una via di mezzo (e poi si vede)

I Democratici erano per il doppio turno, ma ieri hanno deciso di passare al proporzionale, nonostante Gori, Morando e Quartapelle. Ora sono per il modello spagnolo, che non convince Italia Viva. Durerà?

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Vincenzo PINTO / AFP

Come sempre, più o meno, il Pd sceglie le vie intermedie e poi si vede. Anche sulla legge elettorale, che nella sua aridità è un buon metro per capire come ci si muove. Salta definitivamente il doppio turno chiesto ancora ieri sulle colonne del Corriere della sera dai liberal Giorgio Gori, Enrico Morando e Lia Quartapelle, e salta non a causa di Zingaretti (a cui il modello piacerebbe) ma perché al “tavolo” della maggioranza i Cinque Stelle non hanno voluto sentir parlare di un modello che li obbligherebbe a scegliere preventivamente con chi stare.

Ieri dunque la Direzione del Pd ha optato per il modello spagnolo, un sistema proporzionale fondato su collegi piccoli, che di fatto contiene una soglia di sbarramento “implicita”. Diversamente dunque dal proporzionale della Prima Repubblica. Ma stavolta è stata Italia viva a dire di no. Lo ha chiarito esplicitamente Maria Elena Boschi nella riunione di maggioranza di giovedì sera: «Noi siamo per un proporzionale con uno sbarramento». Intendendo uno sbarramento non elevatissimo, tipo del 3%, “potabile”per i renziani. Ecco dunque che con la scelta dello “spagnolo” il partito di Zingaretti infila un dito nell’occhio in quello di Renzi.

Si può fare dell’ironia sul fatto che il modello spagnolo non stia esattamente facendo bella figura proprio in Spagna, con 4 elezioni in 2 anni. Ma non è detto che non possa funzionare da noi. Di certo su questo modello Pd e M5s ci sono. E ci sta pure la sinistra di Fratoianni, perché a differenza di quanto accade in Spagna, le circoscrizioni disegnate nelle simulazioni dagli sherpa dei due partiti sono sufficientemente grandi da fornire un “diritto di tribuna” ai partiti più piccoli nelle aree urbane. Porterebbero a casa 4, 5 deputati: wow.

In parole povere, siamo in alto mare. Finché la maggioranza non trova una proposta unitaria da portare in Parlamento sulla quale trovare ragionevolmente un accordo con la destra la situazione è bloccata

In parole povere, siamo in alto mare. Finché la maggioranza non trova una proposta unitaria da portare in Parlamento sulla quale trovare ragionevolmente un accordo con la destra la situazione è bloccata. Si cincischia a centrocampo, fra i veti incrociati. Tanto nel Palazzo le elezioni paiono allontanarsi, non c’è tutta questa fretta per la nuova legge elettorale.

Ma tornando all’articolo di Gori, Morando e Quartapelle, non atteso dal gruppo dirigente zingarettiano, c’è da dire che segnala una certa ripresa di protagonismo dei liberal, piuttosto in ombra in questi mesi di segreteria di Zingaretti.

È singolare che ieri alla Direzione non si sia neppure fuggevolmente accennato a un fatto enorme come la vittoria a valanga di Johnson e la speculare débâcle di Corbyn, ma è prevedibile che il voto inglese, fuori da ogni provincialismo, sia destinato a riequilibrare una certa spinta “ideologica” a sinistra che per esempio si era vista nell’unica iniziativa politica di rilievo dei Dem, il convegno di novembre a Bologna. Per ora se ne parla su Twitter, mancando ogni altro mezzo di comunicazione di partito.

Enrico Letta, Orlando, Gori, sono nomi che finiscono nel calderone dei papabili per la stagione che si aprirà dopo le regionali di primavera, forse con un Congresso

In ogni caso, il Pd appare come sospeso fra il vivacchiare governista e l’ansia di dare un nuovo senso al suo esistere. Il segretario non trova altro di meglio che continuare a prendersela con Di Maio e Renzi, gli “indisciplinati”, e a demandare a Conte il compito di riportare un po’ d’ordine, ma lui, il Pd, è come quei giocatori che tengono palla non sapendo bene cosa farci.

Inevitabili, in questo quadro, i focolai di tensione. Nei gruppi parlamentari, per esempio, il disagio verso quella che un uomo esperto come Fassino ha definito «la fragilità del gruppo dirigente» è esploso (lo ha raccontato La Stampa) perché causa dell’incomunicabilità fra partito e parlamentari. E più d’uno lamenta il fatto che dopo mesi ancora non si sia formata una nuova segreteria.

In più, la stanchezza di cui Nicola Zingaretti fa cenno a tanti suoi amici, una stanchezza imputabile al peso che deve sostenere in un’alleanza di governo capricciosa e anche alla difficoltà reale di dirigere il partito, proietta un’ombra di incertezza sul futuro del gruppo dirigente. Enrico Letta, Orlando, Gori, sono nomi che finiscono nel calderone dei papabili per la stagione che si aprirà dopo le regionali di primavera, forse con un Congresso. Intanto, si vivacchia.

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