La saggezza di Mrs March
16 Dicembre Dic 2019 0600 16 dicembre 2019

Ecco perché dovremmo rileggere “Piccole Donne” durante le feste di Natale

A gennaio arriverà nelle sale, con un cast stellare, il settimo adattamento cinematografico del romanzo di Louisa May Alcott. Ma riprendere in mano il libro ci aiuterà anche a sopravvivere ai pranzi con la famiglia nelle ricorrenze natalizie

Natale Linkiesta
(Pixabay)

Fra i tanti motivi per cui rileggere Piccole donne in questo periodo dell’anno, il più semplice è che il primo episodio della tetralogia scritta da Louisa May Alcott – a cui seguono Piccole donne crescono, Piccoli uomini e I ragazzi di Jo – si apre e si chiude con il Natale. «Che cosa orribile essere poveri», sospira la più grande delle sorelle March, Meg, accanto alla meno aggraziata e la più simpatica delle quattro, Jo, che è sdraiata sul tappeto e si lamenta di quanto un Natale senza regali non sarà mai un Natale. Fin dalla prima pagina, eccoci immersi in un’atmosfera lieta e accidiosa, come lo sono le feste, malinconica, il marchio di fabbrica di questo romanzo, la cartolina che prenderà forma nella nostra testa ogni volta in cui ci troveremo nella stanza d’infanzia o a casa di amici o in libreria, con la copertina di Piccole donne sotto agli occhi. Più o meno questa: il salotto modesto di una casa accogliente, la poltrona di Mrs March, con la sua scatola del cucito, il fuoco che arde nel camino e la luce tremula a rischiarare i visi delle quattro sorelle, così diverse fra loro e ognuna così simile a noi.

Anche se l’inverno cederà il passo alla primavera e le belle giornate porteranno pomeriggi interminabili per i giochi, l’atmosfera del Natale resta fra le pagine di Piccole donne come un’impronta inconfondibile. Più che un’immagine, è una sensazione, dato che staremo in compagnia della famiglia March e dei suoi vicini lungo l’arco di un intero anno. Fin quando non sarà di nuovo dicembre e verrà il tempo di lasciarsi alle spalle le umiliazioni subite e i piccoli peccati di vanità, l’angoscia di una perdita, gli screzi fra sorelle e la povertà e la malattia e la rabbia, gli stravolgimenti di chi, così giovane, si prepara a diventare un adulto.

E tuttavia il Natale, che è l’orizzonte sempre vivo di questa storia, non è l’unico buon motivo per rileggere, durante le feste, Piccole donne. È vero anche il contrario. Essendo il romanzo di Alcott molto più che una parabola di formazione, quanto piuttosto un prontuario per rendersi adatti alla vita, Piccole donne non servirà solo a immergersi nell’atmosfera del Natale, ma anche a offrirci una sponda per sopravviverle.

Piccole donne non servirà solo a immergersi nell’atmosfera del Natale, ma anche a offrirci una sponda per sopravviverle

Mi vedo nel tepore di una casa invasa da pacchetti, agrifogli e lucine, accanto ai miei parenti e alla tavola imbandita, quel delizioso profumo di zuppa di pesce. Ecco, sarà bene tenere a mente le parole di Mrs March a Jo, quando – sconsiderati! – finiremo per toccare l’unico argomento che ognuno di noi, memore delle consuete liti, si era ripromesso di non sfiorare. La politica. Appena mio padre pronuncerà la solita premessa, «Io sono un uomo di sinistra, ma...», per lamentarsi di quanto siano alte le tasse e degli studi di settore – che ora si chiamano in un altro modo –, e i contributi da versare e le festività soppresse, a un passo dal naturale sillogismo: «Mentre i politici sono tutti ladri», giuro di non inerpicarmi in sfuriate contro la demagogia populista. Al contrario, con un sorriso sulle labbra, ricorderò le parole di Mrs March a Jo: «Cerca con il cuore e con lo spirito di dominare questo tuo carattere focoso, prima che ti procuri un dolore e un rimorso».

E quando mia nonna mi porgerà la domanda che si ripete identica da molto tempo, ma di anno in anno con un seguito d’angoscia sempre più forte da parte mia, «E un nipotino, me lo darai?», basterà un’altra massima di Mrs March: «Non perdete la speranza e tenetevi occupate; questo sarà il nostro motto da qui in avanti». Quindi: trovare qualcosa da fare, sgattaiolare in cucina e dare una mano con i piatti. Tornata a tavola, non appena qualcuno chiederà a mia cugina se finalmente si è fidanzata, ripensare a questa frase: «Ben detto, Jo; meglio essere vecchie zitelle felici che mogli infelici».

Oppure aggrapparsi alla saggezza della piccola Beth, che trova il lato buono di ogni cosa, perfino di un mese malmostoso come novembre. Piena di fiducia, allora, tornerò alla politica. Anzi, peggio, comincerò a parlare di Renzi con l’augurio che, così capace di mettere in disaccordo tutti, riesca a orientare la rotta oltre i giudizi personali. Si mangia, si beve e si parla. Il nostro è un salotto pieno di voci familiari, come quello di casa March prima che cali il sipario su Meg, Jo, Beth e Amy. Il camino ancora acceso e il freddo che infuria da dietro i vetri, tutto sommato si sta bene. Perfino con se stessi. E se così non fosse, manca poco al nuovo anno. Si può sempre voltare pagina. A meno che non si è stufi pure di quello, come capita al giovane Laurie, che a furia di immaginare un futuro diverso, non ne vuole più sapere di farlo e confida a Jo: «Ho tanti di quegli inizi, che una fine me la posso scordare ormai». Ma a un passo dal disfattismo di Laurie, ripenserò alla risposta di Jo in cui è contenuta l’intelligenza pratica che ammanta tutto il romanzo: «Va’ a mangiare che il pranzo è pronto, poi ti sentirai meglio».

Insomma, il più delle volte basta poco. Cosa più difficile è imparare il coraggio di chi accetta l’avventura della propria condizione storica, stando attento, fra i pieni e i vuoti della vita, a ritagliarsi una misura per sé. È questo che ci insegna la famiglia March, senza mai cedere al moralismo. Se proprio, poi, si è in cerca di un motivo in più per leggere una storia così ricca dei piccoli grandi ostacoli di ogni giorno e di ogni epoca e di ogni età, c’è un ulteriore dettaglio: a gennaio arriverà nelle sale, con un cast stellare, il settimo adattamento cinematografico del romanzo di Louisa May Alcott. Essere impreparati sarebbe un peccato.

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