Il nazareno non si fida
17 Dicembre Dic 2019 0601 17 dicembre 2019

Il Pd non si fida dei giochetti moderati di Salvini

Il leader della Lega ha proposto un comitato di salvezza nazionale che, magari, potrebbe servire se il governo dovesse vacillare. Ma Zingaretti e i suoi confidano nella durata del traballante accordo coi Cinque Stelle. E soprattutto hanno paura dell’incognita Renzi

nicola zingaretti
da Youtube

«Deve essere chiaro che noi non ci prestiamo a questi giochetti politicisti»: Emanuele Fiano non ha molto altro da dire al cronista. Il Pd si tira fuori da questa improvvisa e apparentemente inspiegabile chiamata al senso nazionale da parte dell’uomo che chiedeva pochi mesi fa pieni poteri. E tuttavia al Nazareno se lo chiedono, però, perché Matteo Salvini se ne sia uscito con una proposta di un “tavolo comune” che poi è addirittura tracimata nella suggestione di un governo di unità nazionale (Giorgetti ha speso pure il nome di Draghi). Già, perché?

«Lui è in difficoltà, si rende conto che molto probabilmente in Emilia perderà e che questo allungherà la vita del governo fino al semestre bianco - spiega Fiano - e quindi cerca di uscire dall’angolo». In effetti, come avevamo scritto qualche giorno fa, il “racconto” salviniano, dall’immigrazione alla giustizia-fai-da-te, è andato via via esaurendosi tanto che l’ex capo del Viminale ha dovuto ripiegare su una fallimentare “campagna” come quella sul Mes finita inevitabilmente nel nulla. Perché non “scartare”?

Il sospetto è che Salvini abbia voluto segnalarsi come un potenziale punto di riferimento per un coacervo di forze di vario conio, dai renziani a Mara Carfagna a Paolo Romani e magari a un pezzo del Cinque Stelle, un gruppone che tagli fuori Giorgia Meloni (non a caso molto innervosita) e il Pd, un’iniziativa politica di cui sfugge tuttora l’esito desiderato ma che rappresenta comunque una mossa nel caso in cui il governo Conte, per un motivo o per l’altro, vacillasse. Che a ben vedere è una bella nemesi per l’uomo che chiede le urne un giorno sì e l’altro pure.

Ma è probabile che lo stesso Salvini si sia limitato a gettare il sasso per vedere l’effetto che fa e riconquistare il centro del ring almeno per qualche giorno, prospettando una Lega “politica” e non distruttiva - guarda caso - proprio alla vigilia della sentenza della Consulta sul suo referendum. La circostanza è stata notata al Nazareno: rebus sic stantibus il verdetto è molto incerto, e la Corte potrebbe apprezzare una svolta “moderata” dei proponenti il referendum.

Ma al di là delle dietrologie, tutto questo è evidentemente il contrario di quello per cui lavora il Pd che sia pure con affanno e nervosismo punta a rilanciare l’azione del Conte bis proprio (e soprattutto) per sgonfiare la Lega. Per questo Nicola Zingaretti quotidianamente implora Conte di raffreddare gli animi dei grillini e dei renziani. E su questo il segretario è in sintonia con l’uomo forte del partito, Dario Franceschini, che non a caso stamattina ha subito detto no alla sortita del capo leghista. Dopodiché sulla legge elettorale certo che si tratterà anche con la Lega, «ma sulle regole è sempre stato così», dicono al Nazareno.

La convinzione del gruppo dirigente dem è che il castello di carte messo su da Conte, Zingaretti e - meno - da Matteo Renzi (con l’evanescente Luigi Di Maio a fare da quarto) stia reggendo e, se la fortuna lo assiste, resterà in piedi ancora un pezzo. Ma l’odore di bruciato in ogni caso aleggia nei Palazzi e, a taccuini chiusi, il Nazareno avverte che è in grado di misurare al millimetro ogni sillaba dei renziani, sempre sospettati di qualche piano diabolico. Anche per questo, il Pd alza la saracinesca alle sirene salviniane e si tira fuori.

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