Il grammelot di Zingaretti
19 Dicembre Dic 2019 0601 19 dicembre 2019

Pd, il silenzio degli incoerenti

Lo scandalo dei respingimenti in Libia e il caso Gregoretti riaprono la questione dei decreti sicurezza che il M5s continua a difendere, a dispetto di Zingaretti che non si capisce che cosa voglia: o sapete cosa vuol dire «il Partito democratico ha chiesto, e fosse per noi chiederebbe anche ora»?

Zingaretti_Linkiesta
MIGUEL MEDINA / AFP

Lo scandalo internazionale dei respingimenti di massa in Libia, per cui l’Italia è stata denunciata alle Nazioni Unite, e il caso della nave Gregoretti, per cui il tribunale dei ministri di Catania ha chiesto di poter processare il leader della Lega, hanno riportato ieri al centro dell’attenzione il tema dell’eredità delle politiche salviniane. Nei prossimi giorni, di conseguenza, Pd e M5s saranno costretti a chiarire la propria posizione in merito. E prima di ogni altro dovrà chiarirla, anche a se stesso, il Partito democratico, che sull’argomento – come su tutti i temi capaci di mettere in crisi la sua strategia di alleanze con i cinquestelle – oscilla paurosamente tra richieste ultimative (peraltro assai rare) e silenzio imbarazzato (decisamente più frequente).

Per quanto riguarda il caso Gregoretti, perfettamente analogo a quel caso Diciotti su cui a marzo i cinquestelle votarono contro la richiesta dei magistrati, Luigi Di Maio ha annunciato che stavolta, invece, il loro voto sarà favorevole. Il problema della coerenza con i passati comportamenti, almeno in questo caso, non sembra dunque così assillante, ma la spiegazione fornita da Di Maio è così bella che merita di essere riportata senza ulteriori commenti: «Quando un anno prima bloccammo la Diciotti, era perché l’Europa non ci ascoltava. Facemmo la voce grossa e poi riuscimmo ad ottenere la redistribuzione in altri paesi europei. Un anno dopo, la redistribuzione funzionava, quindi il blocco della Gregoretti non fu un’azione decisa dal governo, ma dal ministro dell’Interno Salvini». E per quanto riguarda il Movimento 5 stelle, questo è tutto.

Quanto al Partito democratico, dopo la manifestazione delle sardine che in piazza San Giovanni hanno invocato l’abrogazione dei decreti sicurezza, martedì sera Bianca Berlinguer ha chiesto conto in diretta tv a Nicola Zingaretti del suo impegno in tal senso, peraltro già annunciato con veemenza all’assemblea di un mese fa a Bologna. Quella che segue è la fedele trascrizione dello scambio che ne è seguito.

Nicola Zingaretti: «C’è un accordo di governo che ne chiede la modifica radicale, abbiamo chiesto al ministro di fare in fretta e c’è l’impegno di farlo in fretta; se vogliamo eliminare quei decreti totalmente, dobbiamo andare al voto, vincere le elezioni, sconfiggere Salvini...».

Bianca Berlinguer: «...E anche i cinquestelle, però, perché sono loro che non li vogliono modificare».

Zingaretti: «Secondo me, vediamo in campagna elettorale, questo è un problema loro».

In altre parole, dopo avere dichiarato testualmente che «il Partito democratico ha chiesto, e fosse per noi chiederebbe anche ora, l’abolizione dei decreti sicurezza», il segretario di quello stesso partito, attualmente al governo con i cinquestelle, ha spiegato che per raggiungere l’obiettivo deve prima vincere le elezioni. Elezioni alle quali da mesi ripete di volersi presentare insieme agli stessi cinquestelle, e persino con l’attuale presidente del Consiglio. Ragion per cui, se sono d’accordo sull’abrogazione, non si capisce perché non lo facciano subito, e se non lo sono, perché dovrebbero farlo all’indomani del voto.

Si tratta evidentemente di un non-senso. Ma è anche l’inevitabile conseguenza della posizione in cui il Pd si è cacciato, pretendendo di cavalcare da un lato la riscossa antipopulista contro Matteo Salvini, dall’altro l’alleanza con il populismo grillino. Di qui le grida indignate per i tweet di un oscuro professore di Siena a proposito dei protocolli dei Savi di Sion, seguite da giorni di imbarazzato silenzio quando i cinquestelle hanno candidato il senatore Elio Lannutti – che allo stesso proposito ha scritto e twittato di molto peggio – nientemeno che alla presidenza della commissione Banche. Di qui la penosa tarantella sullo ius culturae, richiesto a gran voce dal palco della già ricordata assemblea di Bologna e ri-accantonato alla prima dichiarazione ostile di Di Maio. Di qui l’incredibile risposta di Zingaretti a Bianca Berlinguer – praticamente ai limiti del grammelot – sui decreti sicurezza e la loro non-abrogazione. Fino all’insuperabile: «Il Partito democratico ha chiesto, e fosse per noi chiederebbe anche ora».

Non essendo umanamente possibile individuare alcuna coerenza tra i principi dichiarati e la strategia concretamente praticata, tra la lotta contro la barbarie delle politiche salviniane e l’alleanza con chi quelle politiche continua a difenderle e ad attuarle, i dirigenti del Pd – e non certo il solo Zingaretti – preferiscono tacere, eludere, schivare. Ma la giornata di ieri, con le notizie che vengono dalla Libia e con quelle che arrivano da Catania, dimostra che prima o poi tutti i nodi vengono al pettine, e il silenzio degli incoerenti non potrà durare ancora a lungo.

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