Holding mafiose
23 Dicembre Dic 2019 0600 23 dicembre 2019

Camorra, Cosa Nostra e ’ndrangheta: anche quest’anno la mafia ha inquinato l’Italia

Comuni sciolti, aggressioni alle amministratori locali, estorsioni, pizzo e traffici illeciti: le organizzazioni criminali anche nel 2019 hanno mantenuto intatto il potere nel Paese. Il virus adesso è anche al Nord, dove, in giacca e cravatta, gestisce un giro di affari di ben 44 miliardi di euro

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Quello che stupisce e preoccupa de O’ Sistema è il fatto che deperisce, subisce e incassa, ma riesce comunque e ancora a inquinare l’Italia. Il 2019 è stato un anno di mafia, nel senso più collettivo del termine. Nonostante i colpi inferti, per ultimo la maxi-operazione da trecentotrenta arresti ai danni della ’ndragheta di qualche giorno fa, il quadro nazionale scopre una nazione aggiogata (ma anche in grado di ribellarsi) alla forza delle organizzazioni criminali, non più brutale e sanguinaria - o meglio, non solo -, bensì erudita e di bell’aspetto. Da Nord a Sud d’Italia l’attualità dei rapporti esistenti tra mafie, politica ed economia è tornato a intorbidire la società civile: in Valle d’Aosta, Piemonte e Calabria, i fatti più recenti, è stato appurato, attraverso molteplici intercettazioni telefoniche e ambientali, l’esistenza di rapporti tra esponenti di forze politiche e mafiosi, seguendo l’ormai tristemente noto schema dello scambio di favori: i primi chiedono voti in cambio di cortesie con ritorni economici particolarmente significativi per le cosche.

I 19 Comuni sciolti per mafia dall’inizio del 2019 e i 23 decisi nel 2018 costituiscono in concreto la contaminazione eterodiretta tra i amministrazioni locali e mafia, il che si traduce anche in 574 atti intimidatori, di minaccia e violenza nei confronti di sindaci, assessori, consiglieri, dirigenti e funzionari pubblici che l’associazione Avviso Pubblico ha raccolto e riportato nel rapporto “Amministratori sotto tiro”. In altre parole, ogni 15 ore un politico locale riceve una minaccia, o è vittima di un incendio, di aggressioni, lettere minatorie, proiettili e insulti sui social network. Una media di 11 intimidazioni a settimana, con 84 Province coinvolte – il 78,5% del territorio nazionale– e 309 i Comuni colpiti. Compresa da quest’anno anche la Valle d’Aosta, finora mai colpita sotto questo punto di vista.

L’Italia, secondo gli ultimi dati del Ministero dell’Interno, è abitata almeno da 700 gruppi criminali organizzati: famiglie mafiose, ‘ndrine e clan di camorra.
In Sicilia sono circa le 200 cellule della criminalità organizzata, soprattutto nel Palermitano, altri 200 gruppi sarebbero attivi in Campania, dalla città di Napoli fino alla provincia di Benevento, oltre 200 in Calabria, in particolare nel Reggino, un centinaio in Puglia e una dozzina in Basilicata. Dal territorio palermitano, tuttavia, c’è chi vive e si scontra con questi numeri sul campo, lottando ogni giorno al di sopra di percentuali e luoghi comuni: «Cosa Nostra è in difficoltà: gli imprenditori e le aziende che si rivolgono a noi sono in aumento, con conseguenze distanti dall’immaginario comune», spiega l’avvocato Salvo Caradonna, attivista dell’antiracket tra i fondatori di Addiopizzo, movimento antimafia nato in Sicilia. «Per motivi sia economici (visto lo stato di saluta dell’economia palermitana) sia sociali, il fenomeno del pizzo e dell’estorsione nella provincia di Palermo sta diminuendo, per quanto ci è dato sapere dal lavoro nostro e della magistratura, senza ripercussioni di tipo violente o minatorio. La questione, ovviamente, cambia di settore in settore, ma il nostro staff e gli stessi imprenditori e commercianti che hanno deciso di tenere in vita la propria attività dopo la denuncia al momento non sono mai stati vittime di attacchi di stampo mafioso».

Una percezione che, nonostante i numeri di cui sopra, riguardo Cosa Nostra, ha delle fondamenta verificate. La storica organizzazione siciliana è suddivisa solo sul territorio della provincia di Palermo in 15 mandamenti, 8 in città e 7 fuori, composti da 81 famiglie. Alle quali si aggiungono quelle di Trapani e di Agrigento. Insomma, la criminalità siciliana continua a vivere in uno stato di generale criticità, dovuto sopratutto dal riassetto degli equilibri interni e dall’intervento incrociato di associazioni e forze dell’ordine.
Più disarticolata la camorra in Campania, organizzazione storicamente più orizzontale, priva di una cupola. Nelle mani di baby gang – se ancora si possono considerare tali -, sono circa 150 i diversi clan camorristici a Napoli e provincia, precisamente una ottantina di gruppi in città e una settantina invece nella vasta provincia.

Chi invece non perde lo smalto, previa la maxi-operazione recente, è invece la ’ndrangheta. La meta del business di questa storica mafia, da qualche anno, si sviluppa anche sul territorio lombardo, in quanto florido tessuto produttivo e punto nevralgico per i traffici illeciti transnazionali. Ristorazione, appalti, bitcoin, giochi e scommesse, costruzioni, autotrasporto di merci, autodemolizioni e commercio auto i cavalli di battagli segnalati dalla Dia (Direzione Investigativa Antimafia). Estorsione e pizzo il lato tradizionale che, invece, è emerso dai dati di Federcontribuenti. Il camouflage che opera la nuova generazione delle ’ndrine per celare le origini criminali e inserirsi nel tessuto sociale del capoluogo lombardo, si incrocia infatti con un 10% dei commercianti milanesi che dichiara di pagare il pizzo. Il giro di affari della holding criminale calabrese, considerata attualmente la più potente d’Europa, è di oltre 55 miliardi, di cui l’80 per cento viene sviluppato al Nord Italia (44 miliardi di euro, il 2,9% del Pil).

Lavatrice per soldi sporchi, al Nord, secondo il professor Antonio Nicaso, si può cominciare a parlare di colonizzazione. Sotto forma di abili imprenditori e modi garbati, ogni giorno la mafia avvia trattative con la politica locale e ogni 16 ore un amministratore della Pubblica Amministrazione viene raggiunto da offerte che diventano minacce se non accettate al volo. Fra i 574 casi registrati la tipologia di minaccia più utilizzata si conferma l’incendio, aumenta anche l’aggressività fisica e verbale, in particolare nei mesi che precedono e seguono le Elezioni Amministrative.
Come se non bastasse, il 2019, come anticipa Avviso Pubblico a Linkiesta, risulterà nella sua interezza in peggioramento rispetto all’anno precedente. In sostanza, la mafia non è morta, anzi: colpisce con stile e nei luoghi a lei meno usuali, usando ora tecnica ora forza. Torcendosi in modi innaturali, pur di inquinare l’Italia tutta.

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