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30 Dicembre Dic 2019 0601 30 dicembre 2019

La più grande balla del 2019? Gli sbarchi che sarebbero diminuiti per merito di Salvini

Altro che decreto Sicurezza. La fuga di massa dall’Africa del Nord è tornata a proporzioni fisiologiche per cause ben diverse, prima tra tutte la sconfitta dell’Isis. Ma, con il pericolo imminente di una escalation in Libia (grazie a Putin ed Erdogan), c’è poco da stare allegri per il futuro

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Nei soliti consuntivi di fine anno occupa uno spazio speciale la diatriba sulla diminuzione degli sbarchi nel 2019 e quindi la domanda: merito di Matteo Salvini? Antonio Polito, sul Corriere della Sera, dice di sì, è merito dell’ex-ministro e dell’efficacia della sua azione anche in sede europea («Ha costretto l’Europa, almeno di tanto in tanto, a non voltarsi dall’altra parte»). Altri dicono dicono il contrario: la medaglia al valore va appuntata sul petto del ministro precedente, Marco Minniti, che stipulò accordi con le milizie libiche riducendo drasticamente a partire dal 2017 l’attività degli scafisti e le partenze.

A nessuno viene in mente che la grande fuga di massa dall’Africa del Nord sia tornata a proporzioni fisiologiche per cause che nulla hanno a che vedere con l’azione del governo italiano, di Minniti o Salvini o chicchessia, e tutto con l’esaurimento dei conflitti che avevano portato decine di migliaia di siriani, curdi, iracheni, nigeriani e cittadini del Nord Africa a giudicare a rischio le loro vite e famiglie, a liquidare i loro beni, a tentare la disperata fuga verso l’Occidente.

Con il nostro provincialismo e la nostra memoria corta lo abbiamo dimenticato, ma solo nel 2015 il Califfato, l’Isis sembrava imbattibile. Aveva imposto il suo dominio in un area colossale da Aleppo al Kuwait, 43.795 chilometri quadrati. Agiva come una potenza regionale vera, batteva moneta, disponeva di una macchina di propaganda micidiale e terrorizzante – internet, radio, tv – che prometteva di conquistare entro il 2020 tutto il Nord Africa, gran parte del Medio Oriente, i Balcani, Cipro, Malta e di arrivare fino in Spagna. Ci credevamo noi, ci credevano senz’altro tutte le popolazioni già prigioniere o interessate dall’offensiva.

La sommatoria tra quell’emergenza e l’onda lunga delle rivoluzioni arabe produsse un arrembaggio migratorio all’Europa colossale, incontrollabile per chiunque, ed è probabile che il suo progressivo esaurimento sia legato a un fatto molto semplice: nel 2017 l’Isis è stata battuta, nei successivi due anni la tempesta si è placata, la situazione si è stabilizzata, in tanti hanno pensato che tra la scommessa di restare e quella di partire fosse più conveniente la prima.

È fuori moda dirlo – in Italia la politica estera non interessa più nessuno – ma l’idea che le scelte di un governo, qualsiasi governo, possano incidere su emergenze di questa portata è ridicola. Né affondando barconi ne’ sparando addosso alle colonne di profughi nel corridoio Est si sarebbe arrestato quell’esodo disperato, esattamente come nessuno riuscì a suo tempo a fermare la fuga dei balseros cubani verso Miami o dei boat people vietnamiti che in ottocentomila si misero in mare aperto con la sola speranza di intercettare un mercantile generoso. I “custodi dei confini” di Fidel Castro o di Ho Chi Minh non erano certo famosi per il loro spirito umanitario, ma persino loro furono beffati: davvero qualcuno pensa che i ridicoli reticolati di Victor Orban o i tira-e-molla italiani sulla Diciotti abbiano fatto la differenza?

E tuttavia da noi è difficile ammettere l’evidenza, giacchè l’intera cultura politica – salvo rare eccezioni – si è convinta che davvero la questione immigrazione sia legata a una eccessiva tolleranza, alla cedevolezza delle classi dirigenti, alla fanfaluca del “buonismo”, e che un paio di leggi severe avrebbero potuto mettere a riparo il Paese fin dall’inizio. È immaginabile che il copione si ripeterà nella prossima e ormai imminente crisi migratoria, quella legata all’escalation del conflitto in Libia. I 32 profughi recuperati ieri dalla Alan Kurdi erano tutti di nazionalità libica e di sicuro non è un caso. Cirenaica e Tripolitania tremano alla vigilia di un intervento armato turco e russo che minaccia di bruciare i tempi della diplomazia – Tayyip Erdogan ha anticipato al 2 gennaio il voto parlamentare per l’invio di truppe – e trasformare uno scontro a bassa intensità in una guerra vera e propria. La politica, soprattutto quella italiana che in quel contesto potrebbe contare molto, dovrebbe uscire dai suoi schemi auto-referenziali e capire che c'è un solo modo per evitare nuove emergenze: evitare nuove guerre.

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