A futura memoria
3 Gennaio Gen 2020 0601 03 gennaio 2020

Il senso del populismo giustizialista di Gratteri, spiegato con Sciascia

Il procuratore di Catanzaro vuole «smontare la Calabria come un Lego». Ma la sua idea di rifondazione morale per via giudiziaria rimanda alla lettura sciasciana della crociata del prefetto Mori contro la mafia ai tempi del Fascismo, qualcosa di contrario all’istanza generale del diritto

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TIZIANA FABI / AFP

Sciascia spiegava che mafia e fascismo erano stati nemici, proprio perché erano concorrenziali, condividendo una matrice reazionaria, cioè l'avversione alle regole dello stato di diritto e l’obiettivo di rappresentare un sistema di potere illimitato e onnipervasivo, non sottoposto a nulla e al cui arbitrio tutto, al contrario, avrebbe dovuto essere sottoposto.

Negli anni ‘20 la Sicilia per Sciascia stentava a diventare fascista, perché la mafia da molti punti di vista era già una forma di fascismo, cioè il sistema di garanzia e di sfruttamento di una società e di un’economia feudali, con la sua rete di privilegi e immunità particolaristiche. Quindi il fascismo provò a sostituirsi alla mafia e a soppiantarla, non semplicemente a sconfiggerla.

Scriveva in un articolo sul Corriere della Sera il 23 febbraio 1986, poi ripubblicato nella raccolta A futura memoria, se la memoria ha un futuro, riferendosi alle imprese del leggendario Prefetto Mori: «Il fascismo aveva soltanto anestetizzato la mafia, e spesso facendo più o meno volontaria confusione tra il dissenso politico e la criminalità associata; ma in quanto ad estirparla ci voleva altro. Forse ci voleva anche più tempo, a far sì che la generazione mafiosa presa nella rete di Mori naturalmente si spegnesse e non tornasse in auge al crollo della dittatura; ma soprattutto ci voleva, per dirla semplicisticamente, più diritto: nel senso che bisognava mettere i siciliani nella condizione di scegliere, appunto, tra il diritto e il delitto e non tra il delitto e il delitto. Ma l’istanza del diritto ancora non appariva. Si usciva da un mondo in cui ce n’era ben poco, perché se ne sentisse la mancanza. Il mondo della democrazia diciamo giolittiana, che io continuo a vedere attraverso il giudizio di Salvemini».

Bisognerebbe avere il coraggio di Sciascia per trasferire questo parallelo ai giorni nostri e alle nostre mafie e antimafie. Certo, il prefetto Mori rappresentava la forza dell’ordine legale contro la violenza di quello criminale, ma il fascismo non costituiva una alternativa politica alla mafia, perché non era nella sostanza una diversa forma di potere, ma una specie dello stesso genere – il potere assoluto – o forse addirittura una variante della stessa specie – quello di un regime “totale”, fondato non sul monopolio della forza, ma sulla generalizzazione della violenza e sull’autolegittimazione del potere attraverso l’irresistibilità riconosciuta (cioè non solo subita, ma spontaneamente obbedita) della sua potenza.

Si pensi ora alla “guerra alla mafia”, nella specie alla ‘ndrangheta, cui chiama il Procuratore Gratteri, che della giustizia ha un’idea politica e combattente, come molti suoi colleghi sinceramente persuasi che la lotta alla criminalità organizzata sia un’altra cosa rispetto alla routine di uno stato di diritto da tempo di pace e implichi una mobilitazione generale (della politica, dei media e della società) a sostegno delle ipotesi accusatorie. L’antimafia come festa degli arresti e delle manette.

Di diverso rispetto alla guerra dichiarata dal Prefetto Mori, quella di Gratteri non ha una committenza formalmente “politico-istituzionale”, ma più diffusa e traversale e ideologicamente meticcia. Di super-sinistra e di super-destra, meneghina e palermitana, davighiana e borselliniana (nel senso del borsellinismo postumo a Borsellino), assolutamente perbene nelle aspirazioni e altrettanto opaca e allusiva nelle sue strumentazioni ideologiche (cosa vuol dire oggi «smontare la Calabria come i Lego?»). Una committenza politico-culturale raccolta attorno all’illusione di una rifondazione morale per via giudiziaria, che ha il doppio e evidente difetto di pervertire il senso e la funzione dell’amministrazione della giustizia e di affidare il progresso e la maturazione civile di una società a una quotidiana ordalia, a un perenne carnevale di maschere eroiche, a un’eterna recitazione trasformistica della lotta del bene contro il male.

Gratteri, consapevole o inconsapevole, personaggio o autore del suo proprio stesso spettacolo, è il Procuratore del populismo “totale”, come Mori fu il Prefetto del fascismo “totale”. C’è da pensare – non da sperare, ma da facilmente prevedere – che la ‘ndrangheta sopravvivrà al populismo penale (molte sue vittime, no) come la mafia sopravvisse al fascismo. E c’è da pensare che nel giudizio sull’uno e sull’altro fenomeno, sulla loro inconfessata parentela e sui relativi costi e fallimenti, continuerà a mancare ancora una istanza di diritto e un giudizio conformato a quest’istanza. E oggi manca pure uno Sciascia per denunciare questa mancanza come la maledizione civile di un Italia condannata a scegliere “tra delitto e delitto”.

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