L’unica signora Panofsky
10 Gennaio Gen 2020 1641 10 gennaio 2020

Addio a Florence Richler, la musa della Versione di Barney

È morta in Canada la moglie (ed editor) di Mordecai Richler. Aveva novant’anni, cinque figli e quattro biglietti per altrettanti concerti della settimana prossima. Ha vissuto una vita straordinaria immortalata nel romanzo che ha avuto un enorme successo soprattutto in Italia

Richler Linkiesta

Florence Richler ha vissuto una vita straordinaria: moglie, sodale, editor e musa di Mordecai Richler, protagonista assoluta di La Versione di Barney dietro il nome di Miriam, ma anche di gran parte degli altri romanzi dello scrittore canadese. Florence e Mordecai si erano conosciuti alla festa del primo matrimonio di Mordecai. Quando il novello sposo la vide se ne innamorò perdutamente e all’istante, come ha raccontato in una memorabile scena della Versione di Barney.

Florence Richler è morta ieri notte – «all’una e quindici ora dei campioni dei Raptors di Toronto» – ha detto suo figlio Noah, puntuale custode dello spirito dei Richler. Aveva novant’anni, cinque figli, un gran senso dell’umorismo e quattro biglietti prenotati per altrettanti concerti della settimana prossima.

Amava l’Italia, dove si era rifugiata con Mordecai quando finalmente riuscirono a coronare la loro storia d’amore alla fine degli anni Cinquanta. Erano scappati da Londra, dove lei era in attesa del divorzio dal marito. Florence e Mordecai sono tornati in Italia, dopo l’inaspettato successo italiano della Versione di Barney, molto divertiti e orgogliosi del riconoscimento italiano. Poco prima che Mordecai morisse, nel 2001, i Richler avevano anche progettato di trasferirsi in Italia, ma non fecero in tempo. Dieci anni dopo, nel 2011, Florence ci è tornata con Noah, felice di tornare nella redazione del Foglio a Roma e incantata davanti a L’ultima Cena di Leonardo a Milano.

Il miglior ritratto di Florence Richler è quello di Miriam nella Versione di Barney: quello che segue è il capitolo “Florence e Miriam” del libro “Sulle Strade di Barney” (Bompiani) che ho dedicato al romanzo di Richler, ai suoi luoghi e ai suoi protagonisti (le frasi in corsivo sono tratte dalla Versione di Barney, edito da Adelphi):

Florence e Miriam

Il mio unico, grande amore si chiama Miriam.

Florence Richler è Miriam Panofsky. È una bella signora dai capelli bianchi candidi. Raffinata, colta e materna. Florence è la Miriam di Barney. La signora Richler è la seconda moglie di MR, la donna della sua vita e la madre dei figli dello scrittore. Miriam è la terza moglie di Barney, la donna che l’ha reso padre tre volte e che dopo trentuno anni di matrimonio felice l’ha lasciato.

Miriam aveva una grazia naturale, ed era adorabilmente ignara di quanto la sua presenza lasciasse il segno. Non credo di averglielo mai detto, ma avrei potuto passare la vita a guardarla, beandomi del suo splendore. E anche adesso, se chiudo gli occhi e riesco a ricacciare indietro le lacrime, la rivedo. Magari che allatta Saul, con gli occhi bassi, una mano a reggere quella piccola nuca così fragile, oppure mentre insegna a leggere a Mike facendolo sembrare un gioco, e tutti e due ridono felici. La vedo con Kate mentre si spruzzano nella vasca da bagno, la vedo trafficare in cucina il sabato pomeriggio, con la radio che trasmette il concerto della Metropolitan Opera. Oppure ancora addormentata nel nostro letto, o seduta a leggere in poltrona, le lunghe gambe accavallate. Ai tempi d’oro, se dovevamo uscire la sera, ci davamo appuntamento al bar del Ritz, e io la aspettavo seduto a un tavolo in disparte, così da vederla entrare, elegantissima, serena, e mandarmi un bacio amoroso e un sorriso mentre tutti non avevano occhi che per lei. Miriam, mia adorata Miriam.

Ho incontrato la prima volta la signora Richler proprio al Ritz di Montréal, per un drink. Ci siamo seduti sulle stesse poltrone che piacevano a lei e MR, subito alla destra della porta d’ingresso. Sono quasi nascoste, nessuno fa caso a chi ci è seduto. A loro piaceva così, guardare la gente e non essere disturbati. La signora Florence era vestita con un elegante abito nero. Non perché fosse sera. Era a lutto.

Miriam vestiva in modo molto discreto, senza concedere nulla all’ostentazione dilagante. Quindi niente minigonne, né scollature vertiginose; del resto non ne aveva alcun bisogno.

La prima volta che Richler vide Florence, perse immediatamente la testa. Era il 1954. Florence aveva un marito, Richler si sarebbe sposato il giorno dopo con Cathy Boudreau. Nel romanzo la vera Cathy è Clara, ovvero la prima signora Panofsky, ma senza la depressione, la promiscuità sessuale e quei tratti alla Sylvia Plath che nella finzione letteraria spingono il personaggio di Clara al suicidio e a diventare un’eroina postuma del movimento femminista.

MR non amava Cathy, almeno così diceva e scriveva. Erano amici, compagni e complici, ma litigavano sempre. Il motivo era che lei voleva un figlio e lui no, almeno non con lei. Il matrimonio durò quattro anni, fino a quando MR si dichiarò alla loro comune amica Florence Wood, a sua volta sposata con Stanley Mann.

MR e Florence Wood si incontrarono nella sala comune di un palazzetto dove entrambi affittavano due piccoli appartamenti. C’erano i preparativi per la festa di nozze dei Richler. Lo scrittore cominciò a guardarla. Non riusciva a staccare gli occhi da quella ragazza magra, con lunghi capelli neri. Le offrì un drink e la seguì fino al bar. Florence non ha mai dimenticato quello sguardo. Si rividero il giorno dopo, nello stesso posto. Alla festa di matrimonio di Mordecai e Cathy.

Anche Barney vede Miriam alla propria festa di matrimonio con la Seconda Signora Panofsky.

Mi giravano potentemente le scatole, ma all’improvviso tutto cambiò: dal sen della stanza affollata emerse la donna più bella che avessi mai visto. Lunghi capelli neri come l’ala di un corvo, fantastici occhi blu, pelle d’avorio; era slanciata, avvolta in un vestito di chiffon azzurro, e si muoveva con una grazia stupenda. Oh, quel volto di incomparabile bellezza. Quelle spalle nude. Non ce la facevo quasi a guardarla.

“Fu imbarazzante,” mi ha detto la signora Florence. Lei era con suo marito. Richler si era appena sposato, eppure non si staccava da lei: “Mi è stato intorno tutto il tempo”.

“Chi è quella donna?” chiesi a Irv.

“Vergognati. Sei sposato da meno di un’ora e già allunghi gli occhi.”

“Non dire stupidaggini. È pura curiosità.”

Barney mentiva, non era curiosità affatto.

Sono innamorato. Per la prima volta in vita mia sono seriamente, totalmente, perdutamente innamorato.

A un certo punto, Barney riesce a parlare con Miriam, dopo essersi fatto dire il nome dall’ignara seconda signora Panofsky, appena sposata.

“Ho in tasca due biglietti per Parigi. Il volo di domani. Parta con me”.

“D’accordo. Possiamo prima fare un salutino a sua moglie?”

“Lei è la donna più bella che abbia mai visto.” “Suo suocero ci sta guardando.”
“Martedì potremmo essere a cena alla Brasserie Lipp. Poi affittiamo una macchina e andiamo a Chartres. È mai stata a Madrid?”

“No.”

“Potremmo fermarci a mangiare tapas nelle stradine che portano a Plaza Mayor, e cochinillo asado a Casa Botin.”

“Voglio farle un favore. Fingerò che questa nostra conversazione non abbia mai avuto luogo.”

“Come dice quella canzone? ‘La mia casa aspetta solo te’. Ti prego, Miriam.”

“Adesso devo andare, altrimenti perdo il treno.”

Nel romanzo, MR rivive gli anni del suo corteggiamento a Florence/Miriam. Dopo lunghi anni di felice matrimonio, Barney però perde Miriam, a causa di uno stupido tradimento di cui non ricorda nulla, tanto era ubriaco, ma che lo tormenterà per il resto dei suoi giorni. Nella realtà, Richler non s’è mai separato dalla moglie, ma ha voluto immaginare con orrore – e probabilmente per scongiurarla – l’assoluta inutilità della sua vita, se Florence l’avesse lasciato.

MR e Florence si videro per la terza volta un anno e mezzo dopo il primo incontro. Florence nel frattempo aveva letto il primo romanzo di Richler. “È bravino,” disse, “ma questo non vuol dire che io debba uscire con lui”. Il matrimonio di Florence era in crisi, ma trovava ogni possibile fidanzato di una noia pazzesca. Una volta uscì con un uomo che le sue amiche giudicavano molto interessante. “Era un matematico, mi parlò per tutta la cena di teoremi e geometria,” mi ha detto ridendo per lo scampato pericolo la signora Richler. Chiese, piuttosto, di quel Richler che faceva lo scrittore. Un’amica capì e le disse: “Oh, mio Dio, hai perso la testa”. Florence e Mordecai diventarono amici, amici e basta. La signora Florence mi ha detto che la prima signora Richler era simpatica, una brava persona, solo che con Mordecai non funzionava.

Richler, intanto, non nascondeva i suoi sentimenti per Florence.

A un amico disse: “Voglio Florence. E me la prenderò”. “Mordy,” gli disse quello, “Florence è sposata”.

“Non me ne frega niente. Mi piace e me la prenderò.”

I Richler e i Mann cominciarono a frequentarsi. MR era sempre più ossessionato da Florence. Nel 1957 lei e suo marito si separarono, a causa delle frequenti scappatelle del marito. Nella biografia di Richler, M.G. Vassanji racconta di una passeggiata di Mordecai e Florence. Lei era con il figlio Daniel, di pochi mesi. Lui le disse che quasi non riusciva a stare accanto a lei, che l’amava da moltissimo tempo. Lei fu sorpresa dalla rivelazione. Lui la baciò sulla guancia e andò via. Florence raccontò l’episodio al suo analista e descrisse MR come una persona che aveva difficoltà a relazionarsi con la gente, ma aggiunse: “Tra tutte le persone che ho incontrato negli ultimi anni, lui forse è l’unico che ammiro per l’intelligenza. È un uomo di cui mi fiderei ciecamente”.

L’anno successivo, nel 1958, i Richler e i Mann affittarono assieme una villa a Roquebrune, vicino a Montecarlo. In vacanza MR disse a sua moglie che non l’amava più e che voleva il divorzio. Cathy fece le valigie e lasciò la villa. Il matrimonio dei Mann era in crisi da almeno un anno e la vacanza con i Richler in teoria era un estremo tentativo di ricomposizione. Dopo Cathy, lasciò la villa anche il marito di Florence.

MR e Florence avrebbero voluto sposarsi subito, ma dovevano aspettare la risoluzione dei rispettivi matrimoni. Il divorzio a quei tempi era proibito. L’unica possibilità di risoluzione del contratto era l’adulterio. Florence però non poteva farsi vedere con altri uomini, perché avrebbe perso l’affidamento del figlio Daniel di tre anni. Richler non aveva questo problema, così assunse una professionista. Non una prostituta, ma una che faceva la “causa di divorzio” come mestiere. Assieme presero una camera d’albergo fuori Londra. Si spogliarono e si misero sotto le lenzuola. Pochi istanti dopo nella stanza fecero irruzione un detective e un fotografo. La pantomima immortalata su pellicola arrivò in tribunale e Richler fu di nuovo un uomo libero.

Se lei è d’accordo possiamo seguire la solita procedura, e cioè io assoldo una mignotta con la quale ti fai beccare in flagrante delicto in uno squallido albergo di Kingston, o dove ti pare, da un investigatore privato di specchiata reputazione.

Cinque anni dopo il primo incontro, tramontati definitivamente i rispettivi matrimoni, Mordecai e Florence si misero insieme. Per evitare imbarazzi ai conoscenti comuni, Mordecai e Florence lasciarono Londra e si rifugiarono in Italia. Lui aveva pubblicato L’apprendistato di Duddy Kravitz e per la prima volta aveva dei soldi. Non tanti, ma la ruota cominciava a girare.

Quando Richler ricevette l’assegno dal suo editore, corse in banca. Non versò i soldi, chiese di averli in contanti. La cosa insospettì i cassieri, anche perché lui li stipò furtivamente nelle tasche della giacca. Passò a prendere Florence e il piccolo Daniel e insieme scapparono a Roma. Un amico gli aveva trovato un appartamento in periferia, in via Biferno 3. Florence preferiva Trastevere, ma rimase lo stesso incantata dalla città. Ci rimasero otto mesi, nella casetta con giardino e un albero d’arance. Finiti i soldi e non ancora risolti formalmente i rispettivi matrimoni, tornarono a Londra. Richler non le disse niente. Non faceva mai grandi discorsi. Ma Florence capì. Le promise che a Roma ci sarebbero tornati.

Nel 1960, giunsero le carte del divorzio di Florence da Stanley Mann. MR e la sua compagna erano in Canada e decisero di sposarsi, ma non trovarono nessun rabbino disponibile a officiare la cerimonia perché Florence era incinta di nove mesi. Il rito nuziale fu celebrato in una chiesa presbiteriana di Montréal: “Senta, sono entrambi ebrei,” disse il testimone di nozze di Richler alla donna che celebrava la messa, “Please don’t go into Jesus Christ, lasci stare Gesù Cristo”.

Il giorno successivo, alla cena nuziale, Florence si avvicinò a suo marito e gli disse: “Vado in ospedale. Finisci il tuo champagne e poi vieni in sala parto”. L’indomani nacque Noah, il loro primogenito. Anche la prima moglie Cathy si è risposata, poi è diventata una specie di suora buddhista.

Florence è la donna che ha reso felice Richler. È la sua musa. Florence non è solo la Miriam di Barney, ma anche la Diana di Cocksure, la Nancy di Le meraviglie di St. Urbain Street, la Pauline di Joshua Then and Now e, ancora, la Diana di Solomon Gursky è stato qui. A lei è stato dedicato La versione di Barney. Ma anche L’apprendistato di Duddy Kravitz, uscito nel 1959, pochi mesi dopo la separazione di Richler dalla sua prima moglie. Cathy allora ci rimase malissimo.

Prima di morire Richler aveva deciso di trasferirsi in Italia, un po’ per esaudire quella vecchia promessa a Florence, un po’ per godersi il successo italiano. Lo diceva a tutti gli amici. Me l’ha detto sua moglie. Soltanto il tumore al rene glielo ha impedito. Nella primavera del 2001, aveva cominciato la chemioterapia. Tre settimane di trattamenti, poi una di riposo. Alla fine del secondo ciclo, è andato dal medico. Con lui c’era la moglie. La coppia e il medico fissarono un calendario appeso al muro. Richler voleva a tutti costi tornare in Italia. C’era l’occasione del festival letterario di Mantova. “Faccia in modo che la settimana libera dai trattamenti corrisponda con il mio viaggio in Italia.”

Signor Richler, gli disse l’oncologo, si accerti che ci sia un medico a sua completa disposizione. “Già fatto,” rispose. È un lungo viaggio, disse ancora lo specialista, dovrà assicurarsi che le abbiano prenotato un volo di prima classe. “Già fatto,” ripeté Richler.

Voleva andare in Italia, e punto. Sapeva di non avere tempo. Ma voleva fare questo regalo a Florence.

Adesso che ne ho sempre meno, il tempo comincia a scattare come un tassametro impazzito.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook