Santa inquisizione
13 Gennaio Gen 2020 0600 13 gennaio 2020

L’eretico, i teologi e il nulla: il Pd va in convento

La strategia della “controriforma” del Partito democratico prevede la “rifondazione della sinistra”, rispolverando i vecchi catechismi della critica al capitalismo e il senso di piazza. Con tanto di teologi e porporato

Zingaretti Linkiesta
(Filippo MONTEFORTE / AFP)

E così il Partito democratico va in convento. Più precisamente, nell’abbazia di San Pastore, ex monastero cistercense in provincia di Rieti, tra Contigliano e Greccio. Non soltanto per ridiscutere la sua “teologia”, ma anche per serrare le fila del suo “clero” e per ripensarne l’organizzazione interna. Operazioni necessarie per fortificare e riunificare il proprio “popolo” un po’ disperso di questi tempi e, compatibilmente con quest’epoca così travagliata, allargarlo.

D’altra parte, una chiesa che si rispetti deve essere unita e deve contare su un “campo largo”. Sia detto senza retorica, per far questo potrebbe servire un nuovo congresso di “svolta” (magari qualcosa che assomigli a un “concilio”?) per chiudere definitivamente la faccenda. Con il congresso precedente, intanto, aveva compiuto un’indispensabile operazione propedeutica: aggredire il tumore incistato nel corpo sano della sua chiesa, esautorare l’eresia, cacciare i mercanti dal tempio, isolare l’infedele di Rignano sull’Arno. Basta con i solisti, serve riscoprire l’unità ecclesiale.

La chiesa democratica, per fortuna della fede progressista, è ritornata ormai da alcuni mesi nelle mani della “curia romana”. La strategia della “controriforma” è ben avviata ma non è ancora conclusa. Per completarla bisogna tornare agli avìti affetti (e alle riunioni e ai retroscena) dei “caminetti” domestici con una bella “rifondazione della sinistra”. Rispolverare i vecchi catechismi della critica al capitalismo. Scendere dai balconi per tornare nelle piazze, stretti stretti come sardine. Battersi al fianco dei ragazzi del venerdì per piegare l’insubordinazione di questo pazzo pazzo clima. Bisogna chiudere, insomma, l’intero capitolo aperto nel 2007 con la nascita del Partito democratico: nacque lì l’“errore teologico” originario, l’inizio di quella riforma protestante che voleva modernizzare l’Italia.

Nell’assemblea di Bologna dello scorso novembre – sede e data scelte non a caso nel trentennale di una “Svolta” davvero storica, quella della Bolognina nell’89 – avevamo capito l’antifona. Da qualche tempo, la nuova chiesa democratica (o è meglio dire chiesa democratica nuova? boh?!) ha schierato i suoi uomini, alcuni con compiti teologici, altri pastorali, altri diplomatici, per rinnovare nel nuovo contesto la nostalgia del passato he divora il presente.

Nel gruppo dei teologi trovi i Barca, i Cuperlo, i Bettini, ognuno con il suo incarico.

A Fabrizio Barca il compito dell’analista autorevole ma defilato. Non ha poteri diretti, ma svolge con educazione e competenza il suo compito di combattere il neoliberismo (in Italia? il neoliberismo?) e di promuovere il nuovo sole dell’avvenire socialista (per esempio, con una bella eredità universale per i giovani sulla base di un aumento della tassazione sulle eredità dei ricchi) pur avendo scoperto che le principali diseguaglianze (specie quelle al Sud) sono create dall’assenza di servizi pubblici.

A Gianni Cuperlo l’ufficio di riscoprire – nientepopodimeno che – l’“anima” della sinistra: e questo sì che è un gran compito teologico! Ma Cuperlo, forte della sua eleganza e dei suoi studi, si appoggia solidamente all’eterno ritorno dell’eguale: indica il diabolico nemico (le “destre” cattive), anatemizza l’eretico (il solito bimbaccio toscano), nega l’esistenza del “centro” (qui c’è tutto il sapore della battaglia ontologica), chiede ai suoi di rappresentare solo ed esclusivamente gli “ultimi” (un po’ come fanno le sette, non certo i partiti politici a vocazione maggioritaria). Insomma, si volta indietro verso un passato ormai mitologico pur di resistere graniticamente alla modernità.

E poi c’è il porporato più autorevole, l’eminenza grigia della “svolta” che verrà: Goffredo Bettini, felpato ma corazzato teologo di rito gramsciano-ingraiano. Proprio lui ha teorizzato, nel nome del verbo dell’egemonia, la missione evangelica di questo tempo: la pesca dei Cinque Stelle. Ha solo preparato la rete, però. Agli altri chierici il compito di gettarla sui pentastellati: magari qualcuno di loro scapperà, ma la gran parte resterà impigliata. Da tempo, si sa, Bettini teorizza la necessità di mescolare i due elettorati in un unico “corpo mistico”. Forse anche per l’ovvio motivo che i grillini sono per lui soltanto un sospiroso vaffa fuggito dal seno della chiesa madre: la sinistra.

L’effetto collaterale – almeno apparente – è che per recuperare questa truppa di transfughi la chiesa madre deve far proprie le loro idee: il giustizialismo, il panpenalismo, l’anticapitalismo, la decrescita, il moralismo, la diffidenza verso la democrazia liberale e le imprese, il sovranismo, lo statalismo, l’abiura del maggioritario, l’assistenzialismo, la riedizione della Prima Repubblica, e così via elencando. A giudicare dall’andazzo del governo Conte 2 – specializzato nel “sopire e troncare” come il Conte Zio di manzoniana memoria – il Pd sembra assai entusiasta di aderire a tutte le proposte grilline. Chissà, un “ismo” dopo l’altro, la sinistra potrebbe così recuperare finalmente l’anima antica perduta da Cuperlo.

In fondo, si capisce, anche un po’ di Santa Inquisizione non può mancare in una chiesa capace di farsi rispettare. E poi vale sempre il motto “extra ecclesiam nulla salus”: la società civile sia sussunta nello Stato e i movimenti siano assorbiti nel partito. Questa fusione teologica col grillismo non è poi così male: evidentemente i Cinque Stelle hanno detto meglio e con più forza qualcosa che in buona parte ancora alligna nelle menti e nelle viscere dei chierici della vecchia sinistra. Eccoli dunque all’opera in questa settimane: abbastanza poco inclini alle disputationes theologicae, la gran parte dei chierici “rossi” si fa in quattro per dar ragione ai chierici “gialli”, in una eccentrica osmosi – non proprio spirituale – tra pescatori e pescati. Occhio però: non è detto che iniettare dosi massicce di populismo basti per rifare un “popolo”. Inoltre, il “nihil” in teologia non è mai stato un buon argomento. E a furia di assorbire il “nulla”, facendone un programma di vita, la vecchia chiesa della sinistra potrebbe rischiare una fine ingloriosa.

Nel frattempo, mentre Renzi resiste nel fortino assediato dai media e dalla magistratura, pervicacemente impegnati a completare la sua distruzione, un sindaco come Giorgio Gori – novello Guglielmo di Baskerville di fronte alla platea degli inquisitori ne Il Nome della Rosa - cerca di suggerire con garbo e intelligenza qualche argomento ragionevole per riprendere la retta via riformista: per esempio, che senza crescita e produttività è un po’ complicato redistribuire. Chissà se qualcuno lo ascolterà. O se vincerà di nuovo chi vuol far bruciare la biblioteca.

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