Monologrammi
15 Gennaio Gen 2020 0600 15 gennaio 2020

Incipit, rime, punteggiatura: perché scrivere è un po’ sentirsi carpentieri

La rubrica neopassatista e veterofuturista di Pasquale Panella

Carpentiere_Linkiesta
Photo by joesef key on Unsplash

Gli incipit di tutte le scritture, pubbliche ma anche private, sono quella cosa alla quale nessuno pensa, ma per poco, troppo poco, finché non ti ci fa pensare chi ha la fissa per gli incipit ossia tutti quelli che, per poco, solo per poco, troppo poco, non ci pensavano per niente finché qualcuno li ha messi in fissa per gli incipit. L’innocenza iniziale dura poco (è un incipit)… Devo divagare, l’innocenza è sempre iniziale (è un incipit)… A un certo punto della vita, dopo l’innocenza iniziale perduta, che era palese se non plateale, arrossente e per questo sconveniente, cerchiamo in noi indizi, magari segni, anzi chiare e magari limpide evidenze di una innocenza finale, nella quale annegare, però in segreto, come in una chiusa (per il testo e per l’acqua), anche stagnante, tra fianchi vallivi, un placido sbarramento, una innocenza che nessuno sa… (è un incipit anche questo, o un explicit?)…

Devo ancora divagare: l’explicit è quella cosa bifida, infida, ambigua, è il finale che non vorresti mai scrivere come finale ma che, come finale, hai la forte tentazione di voler scrivere (è un explicit che è un incipit)… Insomma, l’incipit: di cosa sto parlando? (è un incipit)… Ah, sì, in qualche modo si comincia comunque (ottimo incipit)… Solo che, se hai l’ossessione dell’incipit, succede che tu l’inizio lo scriva dopo, alla fine (è un incipit)… Ma se l’inizio lo scrivi dall’inizio è meglio, però il miglior inizio è casuale e impulsivo, è una frase ispirata da quel che segue e che ancora non c’è, e questa è innocenza: l’inconsapevolezza della propria veggenza… ah, ho fatto la rima senza volere, e qui allora fammi dire una parola, anzi più d’una, sulla rima: quando non la cerchi, la rima è veritiera; quando la cerchi è fasulla creazione di un senso per identità fonetica nemmeno tra parole ma tra la loro terminazione, la loro fine (la fine!) a partire dalla vocale tonica, un meschino tecnicismo e un melodismo strapazzato e da strapazzo; è così che il senso ti fa credere che sia tu a crearlo ma così non è, è esso che scrive e non tu…

A proposito di scrivere, scrivo frasi un po’ lunghe? La risposta è sì. Le frasi sono formule, come quelle dei matematici, dei fisici, e non nel senso di ridurre a formule ma di espandere a formule come complesso di lettere, anche di simboli, anche di numeri (pare che dall’inizio a qui non appaiano numeri?, ci sono, ci sono, lascia fare, ci sono, anche circensi e di varietà). Poi, per amore (amore?, amorazzo direi), per amorazzo di comprensione, si virgoleggia e si punteggia ogni poche parole ma solo per sfiducia in chi ci legge (lo dicono le parole, non io, esse lo dicono a me quanto sono sfiduciate, a me che raccolgo le loro confidenze, e questo è scrivere: raccogliere le confidenze delle parole, entrare con esse in intimità, fare le cose)… ah, le parentesi, anche qui ce ne sono, di quadre e di graffe, ce ne sono, so io dove, non appaiono perché il testo non sembri troppo strano alla vista, solo un poco alla lettura, ma le ho aperte e chiuse come porte anche sbattute o valve dal disegno barocco e addirittura rococò con dentro quelle labbra da succhiare, e non sai se sussurri tu o son loro a sussurrare. Punto.

Punteggiatura mi piace (non sono io che lo dico, lo dice la pagina); interpunzione o sistema interpuntivo o sottosistema di segni paragrafematici un po’ meno, ma solo perché sono più esatti, più corretti, più a puntino. Punteggiatura è più generico e scherzoso, quasi significa quel che significa: una quantità di macchioline e di punti e di segmenti e stanghette e ricci o chiocciole che conferiscono una certa vivacità anche a pagine smorte e sensate. Poi un’altra cosa sui punti crivellanti a ribattino e la virgola appesa a un filo a piombo: l’architettura, il punto e virgola e il doppio punto e i tre puntini in formazioni esuberanti (quando sono un francesismo) sono detti segni architettonici, e allora è pure bello sentirsi carpentieri, non solo parrucchieri col pettinino in mano a far le righe, o no? Casseforme, calcestruzzo, martellate, non solo tinture e sfumature alte o basse e lozioni di scrittura. E le storie? Le storie sono robe da maniaci, una volta iniziate le segui per toglierti di torno anche quest’altra storia a colpi randellanti di lettura, mandandola a finire. E chi s’è visto s’è visto si stampi, appunto a tortorate.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook