Esportare la dittatura
16 Gennaio Gen 2020 0600 16 gennaio 2020

La Cina è una minaccia globale per i diritti umani, avverte un rapporto di Human Rights Watch

Il caso Hong Kong e l’espansionismo in Africa al centro della denuncia. È la politica delle repressioni di Xi Jinping, di cui il mondo deve preoccuparsi se non vuole ritrovarsele in casa propria

Xi Jinping_Linkiesta
GREG BAKER / AFP

«La Cina è una minaccia per i diritti umani a livello globale». Anzi, potrebbe diventare «una minaccia esistenziale per i diritti di tutte le persone in tutto il mondo». Domenica scorsa il direttore esecutivo di Human Rights Watch Kenneth Roth era andato a Hong Kong per esporre il rapporto annuale in cui l’ong esprimeva questa preoccupazione. La risposta di Pechino: proibirgli l’ingresso! Secondo le autorità della Repubblica Popolare Cinese, Roth sarebbe niente meno che l’ispiratore delle proteste che scuotono Hong Kong da sette mesi! Di conseguenza, la presentazione ha dovuto essere spostata alla sede Onu di New York.

In realtà, non solo Human Rights Watch manifesta timori del genere. Dalla storia degli asini africani a rischio di estinzione per l’incetta di pelli richiesta dalla medicina tradizionale cinese al codice di condotta interno all’azienda con cui anche in Italia ai dipendenti della Huawei viene imposto di non fare attività politica, negli ultimi anni si sono moltiplicati gli alarmi sulle possibili conseguenze della grande espansione del Soft Power di un Paese le cui concezioni ideologiche sono a mille miglia del modello di Stato di Diritto dell’Occidente. “Investimenti predatori” sono stati definiti quei meccanismi per cui ad esempio i primi otto Paesi che hanno aderito alla Via della seta in due anni hanno nettamente peggiorato il loro indebitamento, per via degli interessi sul debito, delle scadenze non onorate e degli impegni che sono stati costretti a prendere da Pechino. In Laos il rapporto debito/Pil è così passato dal 50 al 70%. In Kirghizistan dal 23 al 74%. Nelle Maldive dal 39 al 75%. In Montenegro, dal 10 al 42%. A Gibuti dall’80 al 95%. In Tagikistan dal 50 all’80%. In Mongolia dal 40 al 60%. In Pakistan dal 12 al 48%.

Si dirà, “ma è esattamente quel tipo di cose che sono state rimproverate alle multinazionali occidentali o al Fmi, ad esempio”. Sì: con la differenza che in Occidente ci sono una società civile e una stampa libera che molto spesso certi comportamenti li denunciano e il controbilanciano. E in Cina no. Una speranza, per molto tempo, è stata che proprio lo sviluppo economico avrebbe favorito una apertura politica. Ma secondo quel che ha affermato Roth nel presentare il rapporto, starebbe avvenendo l’esatto contrario. «Temendo che ogni libertà politica possa mettere a rischio il suo potere, il Partito Comunista Cinese ha rinchiuso la Cina in un sistema orwelliano di vigilanza a alta tecnologia e di un sofisticato sistema di censura su Internet per porre sotto controllo e eliminare le critiche pubbliche».

Ma se si limitasse a voler assicurare la continuità della propria diversità politica, il governo cinese potrebbe ancora sostenere che chiede semplicemente il rispetto delle diverse specificità culturali. Tesi sicuramente contestabile, ma che permetterebbe a noi occidentali di non preoccuparsi troppo. La Cina però sta utilizzando il proprio crescente potere economico anche per silenziare i critici a livello globale: lo abbiamo visto poco fa anche da noi, quando l’ambasciata cinese ha preso di petto i politici italiani organizzatori di una conferenza a Roma del leader della protesta di Hong Kong Joshua Wong.

Secondo la denuncia di Human Rights Watch, è a livello di Onu che più ci si può rendere conto dello sforzo sistematico che la Cina sta facendo per bloccare ogni tipo di misura che possa proteggere gruppi vulnerabili, quando ciò non va d’accordo con i suoi interessi: dai civili siriani e yemeniti ai Rohingya o al popolo venezuelano oppresso da Maduro. Perfino il segretario generale dell’Onu avrebbe paura di far arrabbiare Xi Jinping. «António Guterres si è mostrato reticente a esigere pubblicamente che la Cina ponga fine alle detenzioni massicce di musulmani da parte della Cina, mentre in compenso riempie Pechino di lodi per la sua grande capacità di crescita dell’economia».

Ovviamente, non è che sia Xi Jinping l’unico cattivo. Il rapporto di Human Rights Watch segnala che anche i governi di Donald Trump negli Stati Uniti, di Narendra Modi in India e di Jair Bolsonaro in Brasile sono per lo meno «problematici», in termini di diritti umani. Ma Xi batte tutti, proprio per il modo in cui esercita una influenza anti diritti umani in modo sempre più globale. Insomma, «se nessuno vi si confronta, le azioni di Pechino ci preparano un futuro distopico nel quale nessuno sarà al riparo dalla portata della censura cinese, e un sistema internazionale di diritti umani tanto debilitato che non riuscirà più a evitare la repressione da parte dei governi».

Cosa si può fare per evitarlo? Sul piano propositivo Human Rights Watch esorta governi e istituzioni finanziarie internazionali a «offrire alternative attrattive, rispettose dei diritti umani, ai prestiti senza condizioni e all’assistenza allo sviluppo offerti dalla Cina». Un ruolo importante spetterebbe anche alle Università, per «provvedere uno spazio dove studenti e accademici cinesi possano conoscere e criticare il governo cinese senza il timore di essere messi sotto sorveglianza». Ma secondo Roth è sopratutto importante una cosa: «riconoscere che la retorica altisonante di Xi Jinping sulla creazione di una ‘comunità di futuro condiviso per l’umanità’ in realtà è una minaccia: una visione dei diritti umani globalmente definiti e tollerati da Pechino».

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