cibo e lupare
16 Gennaio Gen 2020 0600 16 gennaio 2020

La mafia a tavola, così anche la filiera agroalimentare è finita alla criminalità organizzata

Il giro di affari delle agromafie è di 24,5 miliardi di euro. Oltre 18mila le infrazioni amministrative. Contraffazione di prodotti, caporalato e distribuzione sommersa sono le armi preferite dalle cosche, in grado di controllare un mercato di dimensioni mondiali

Veneto Agricoltura_Linkiesta

Quando la pianta è ancora piccola è più facile raddrizzarla, dice il giornalista Luigi Garlando. Quando, però, è la mafia a piantare, crescere e cogliere quella pianta, è quasi impossibile perfino avvicinarcisi. Nessuna metafora: sono infatti intere colture e filiere agricole a trovarsi nelle mani della mafia, intesa come contenitore di tutte le organizzazioni criminali del Paese, in quel business agro-alimetare tanto sottovalutato quanto proficuo.
È di ieri la notizia che i carabinieri del Ros e la Guardia di Finanza hanno arrestato 94 persone nel corso del più imponente blitz mai messo a segno contro i clan mafiosi messinesi dei Nebrodi. L’inchiesta ha portato anche al sequestro di 150 imprese, colpendo in particolare i clan dei Batanesi e dei Bontempo Scavo.
L’accusa cardine? Truffa ai danni dell’Unione Europea in merito a fondi destinati all’agricoltura. Sarebbero almeno 5,5 milioni di euro quelli incassati indebitamente, mettendo a segno centinaia di truffe all’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea), l’ente che emette i finanziamenti stanziati dall’Ue ai produttori agricoli. I clan storici di Tortorici hanno infatti incassato fiumi di denaro, spartendosi virtualmente gli appezzamenti di terreno, in larghissime aree della Sicilia e anche al di fuori dalla regione, necessari per le richieste di sovvenzioni.

Ma non sono gli unici. Dai campi alla tavola, il giro di affari delle agromafie è salito a 24,5 miliardi di euro con un balzo del 12,4% nell’ultimo anno e una crescita che non risente della stagnazione economica dell’Italia e internazionale. Il Rapporto Agromafie, elaborato da Eurispes, Coldiretti e Osservatorio sulla criminalità nell’agroalimentare, mostra una rete criminale che si incrocia perfettamente con la filiera del cibo, dalla produzione al trasporto, dalla distribuzione alla vendita. Senza sporcarsi troppo le mani di terra, le nuove leve mafiose sono persone colte, preparate, plurilingue, con importanti relazioni internazionali in molti campi, tra cui quello agro-alimentare. Nella statistica delle frodi, l’Italia è «il soggetto che più pesa sul bilancio comunitario nelle frodi alla Ue e, soprattutto nel settore agro-alimentare, le mafie si sono fatte protagoniste: tendono ad acquisire le più grandi estensioni di terreno non solo per coltivare ma anche per frodare l’Europea», spiega il procuratore nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho.
Dal pascolo abusivo alla grande distribuzione attraverso un circuito mafioso che riesce a controllare il prezzo, come la ‘ndrangheta, in grado di esportare prodotti della terra e vini con il marchio Made in Italy.

Solo nel 2019 sono oltre 4mila le violazioni penali accertate, oltre 18mila infrazioni amministrative e di beni adulterati sequestrati per oltre 150 milioni di euro. Il risultato? La moltiplicazione dei prezzi, che per l’ortofrutta arrivano a triplicare dal campo alla tavola, i pesanti danni di immagine per il Made in Italy in Italia e all’estero, e i rischi per la salute. Senza contare le conseguenze sull’ambiente: le discariche abusive e le illegalità nella gestione dei rifiuti che fanno registrare oltre 30mila ecoreati all’anno in Italia. «In Italia rivestono un ruolo particolare gli interessi delle mafie per l’agroalimentare. Un settore molto appetibile, in grado di garantire il saldo positivo della bilancia commerciale, promuovere un flusso notevole di export, sostenere il reddito e l’occupazione», spiega a Linkiesta Giancarlo Caselli, magistrato e presidente del comitato scientifico dell’Osservatorio sulle Agromafie creato da Coldiretti. «Da sempre le mafie preferiscono gli affari illeciti a bassa intensità espositiva - l’attuale normativa italiana in materia agroalimentare non frena abbastanza - dove si guadagna tanto e si rischia poco».

Business ricco e ramificato, insomma. Nel febbraio 2017, 42 membri del clan Piromalli in Calabria sono stati arrestati e 40 aziende agricole sequestrate in relazione all’esportazione di olio contraffatto negli Stati Uniti, venduto come extravergine per almeno 7 euro al litro. Nel 2018, invece, i reati hanno registrato un aumento del del 59 per cento, che si estendono ai principali comparti, dal biologico al vino, dall’olio all’ortofrutta, dalle conserve ai cereali. «Anche nelle campagne troviamo una mafia che non si limita più a ricorrere alla forza o all’intimidazione per conseguire maggiori profitti, ma che partecipa attivamente alla vita economica e sociale senza assumere iniziative di carattere violento, per non destare sospetti e agire in modo indisturbato», continua Caselli. «Infine è importante dire che il vigente quadro normativo dei reati agroalimentari è obsoleto e debole, principalmente per effetto della disordinata stratificazione di fonti diverse e della inadeguatezza dei rimedi tradizionali rispetto alla dimensione ormai transnazionale della criminalità di settore».
Cibo contraffatto, pane impastato con l’amianto, olio extravergine (circa il 50% secondo le forze dell’ordine) venduto in Italia adulterato da petrolio a basso costo, e via dicendo, fino a inquinare anche il ciclo produttivo. Il caporalato funge infatti da catena produttiva per le agromafie, o più semplicemente le mafie tradizionali che hanno deciso di investire in startup bucoliche, a basso costo e senza implicazioni morali. Dal 1° gennaio 2017 al 30 giugno 2018 sono stati 561 i soggetti denunciati all’Autorità giudiziaria per il reato di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”, per lo più sulla pelle di stranieri privi del permesso di soggiorno. «Le mafie si inseriscono nella grande distribuzione ortofrutticola» spiega De Raho. «Spesso prodotti coltivati a costi notevoli finiscono sul mercato a prezzi bassissimi che non riescono neanche a coprire i costi. Dietro c’è una speculazione enorme. Il mercato ortofrutticolo era quasi monopolio del clan dei Casalesi a Fondi e dei clan di Cosa Nostra a Vittoria». In grado, senza il minimo scrupolo, di inquinare anche questo, di commercio.

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