Dopo Berlino
21 Gennaio Gen 2020 0600 21 gennaio 2020

Una missione militare italiana ed europea in Libia è necessaria, ma servono molti mezzi e molti soldati

I paesi dell’Unione stanno discutendo un intervento per garantire la tregua tra Haftar e Serraj, e impedire una transizione gestita da Putin e Erdogan. Senza il sostegno americano è difficile ma non impossibile, basta essere consapevoli che l’impegno è grande. E pericoloso

Summit Libia_Linkiesta
HANNIBAL HANSCHKE / POOL / AFP

Nelle ultime settimane il governo italiano ha cominciato a prendere coscienza della dimensione militare del conflitto in Libia, e ha lentamente cambiato il suo atteggiamento, avviando la discussione per un possibile impegno militare per garantire il cessate il fuoco. Domenica sera, al termine della conferenza di pace di Berlino, gli attori internazionali che hanno interessi nel paese si sono impegnati a «raddoppiare gli sforzi» per raggiungere un cessate il fuoco, e l’Unione europea si è proposta come garante della tregua. Josep Borrell, Alto rappresentante per la politica estera Ue, è stato chiaro: «Un cessate il fuoco richiede qualcuno che se ne prenda cura. Non puoi dire “questo è un cessate il fuoco” e poi dimenticartene, qualcuno deve monitorarlo e gestirlo». Queste dichiarazioni, unite alla volontà italiana di partecipare a una forza di interposizione sul modello della missione UNIFIL in Libano, mostrano che un intervento militare europeo è in agenda, anche se non è del tutto chiaro in che modi e tempi.

Lo scorso 4 aprile il generale Khalifa Haftar ha lanciato un’offensiva contro il governo legittimo di Tripoli, contando sull’appoggio diretto di Emirati Arabi ed Egitto e più ambiguo della Francia. Il governo di Fayez al Serraj si è difeso principalmente grazie all’aiuto del Qatar, che ha fornito a Tripoli i mezzi per respingere le milizie, arrivate a pochi chilometri dalla capitale. Questa situazione di stallo è durata fino alla fine dell’estate, quando Russia e Turchia hanno deciso di intervenire per cercare di influenzare il conflitto. In modo discreto, Mosca ha inviato diverse centinaia di mercenari per sostenere Haftar, mentre Ankara ha risposto alle richieste di Tripoli facendo approvare dal proprio Parlamento l’invio di truppe regolari e puntellando le difese della capitale con milizie irregolari siriane. La situazione sul terreno è notevolmente cambiata, ecco perché l’Italia ha deciso di modificare il proprio atteggiamento: «L’idea della forza di interposizione europea nasce per provare a evitare una transizione sotto l’egida di turchi e russi. Al momento non è semplice e sul terreno siamo molto in ritardo: la tregua degli ultimi giorni ha consentito alle milizie di riorganizzarsi, quindi sono in grado di continuare i combattimenti», spiega un diplomatico italiano.

Se l’Europa volesse inviare militari in una zona di conflitto, spiega a Linkiesta una fonte della NATO, «si troverebbe di fronte una situazione complessa dal punto di vista logistico. L’Italia, insieme agli altri paesi che parteciperebbero, dovrebbe supervisionare un’area molto estesa che quindi richiede vari mezzi di ricognizione, tra cui droni o elicotteri ma anche dalle condizioni climatiche non favorevoli, dove dunque la manutenzione diventa più complessa. Bisogna tener poi presente che un contingente militare non consiste solo di soldati ma anche di tutto l’apparato logistico che lo sostiene, dal personale medico ai meccanici, dai responsabili per la sicurezza della base al personale responsabile per i rifornimenti anche più basilari — inclusi acqua e cibo. Una tale operazione richiede uno sforzo significativo che ovviamente cresce esponenzialmente man mano che aumenta la sua dimensione, i suoi compiti e la sua durata. Quando nel passato più recente i Paesi europei hanno voluto lanciare operazioni simili, tipo in Mauritania, il sostegno statunitense fu essenziale. È verosimile che ciò valga ancora oggi, ma dipende dal tipo di operazione».

A questo si aggiunge un problema politico: la forza di interposizione che separa le due forze in campo potrebbe legittimare di fatto una divisione della Libia in due entità, Cirenaica e Tripolitania. È il modello della missione italiana in Libano citata dal ministro Luigi Di Maio, che è di sicuro un esempio di successo, ma monitora un confine già esistente tra due paesi sovrani. Alla Farnesina il paragone non piace: «È una questione delicata, perché il nostro interesse è che la Libia resti unita», dice un’altra fonte diplomatica italiana.

Secondo Alessandro Marrone, Responsabile del programma di difesa all’Istituto affari internazionali di Roma, «in Libia non esiste una soluzione basata solo sull’intervento militare, ma non esiste una soluzione politica senza lo strumento militare. La conferenza di Berlino serviva a evitare un’escalation tra Russia e Turchia, tuttavia la situazione resta fluida, perché i due campi che si fronteggiano non sono nella stessa posizione. Il generale Haftar è più riluttante a fermarsi perché è molto vicino al suo obiettivo, quindi non è affatto detto che il cessate il fuoco regga».

La missione di cui si discute non può prescindere da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, e il fatto che se ne stia parlando potrebbe essere un mezzo per esercitare pressione sulle parti libiche. Haftar e Serraj, insieme alle delegazioni di tutte le tribù libiche, dovrebbero riunirsi nei prossimi giorni a Ginevra e compiere ulteriori passi in avanti verso la tregua. Anche a causa delle caratteristiche della società libica, il paragone con il Libano è fuorviante, sostiene Marrone: «In Libano c’erano due condizioni a oggi inesistenti in Libia: un confine preesistente e non particolarmente esteso da controllare, due attori statuali, lo stesso Libano e Israele, che avevano l’interesse a siglare una tregua e la capacità di controllare le rispettive forze. In Libia la situazione è molto più frastagliata. Ammettiamo che vi fosse una tregua firmata con segni di buona volontà, nulla impedisce che le cose cambino velocemente e una delle due parti decida di rompere il cessate il fuoco. Anche perché il controllo sulle milizie è esiguo. In Libano la missione UNIFIL schiera più di 10.000 uomini, di cui 1.000 italiani. Parliamo di impegni rilevanti». Quindi, continua l’analista, le forze europee dovrebbero essere numerose e molto ben equipaggiate: «Bisogna prevedere l’impiego di blindati pesanti, elicotteri di attacco, droni, probabilmente anche il dispiegamento di contraerea. Tutto questo in funzione di deterrenza nella migliore delle ipotesi, di difesa efficace nella peggiore. Ricordiamo che le forze di Haftar hanno bombardato Misurata a poche centinaia di metri dall’ospedale militare protetto dai nostri soldati: questo è segno di una capacità offensiva da non sottovalutare». Un quadro complesso che il governo Conte dovrà spiegare prima o poi all’opinione pubblica italiana. E al Parlamento.

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