Il bivio post-elezioni
29 Gennaio Gen 2020 0600 29 gennaio 2020

Consigli non richiesti alle sardine per reinventarsi dopo il voto alle regionali

Secondo Lorenzo Marsili, militante ed esperto politico, le strade percorribili dal movimento sono due: continuare così, oppure alzare il tiro. Disegnando il cambiamento di cui c’è veramente bisogno

Mattia Santori_Linkiesta

Battuto, smagnetizzato, disintegrato. La caduta di Matteo Salvini alle elezioni regionali in Emilia-Romagna ha ridato nuova speranza al Paese, azzerando di fatto l’idea dell’imbattibilità del leader della Lega (ne parlava giusto ieri Elly Schlein, la candidata più votata nella regione). Una parte non trascurabile del merito è stata attribuita alle sardine, il movimento che proprio dall’Emilia si è diffuso a macchia d’olio in tutta Italia (e non solo), per protestare contro la barbarie politica perpetrata dal leader leghista e ricordare a tutti quali sono le caratteristiche che il dibattito pubblico in un paese normale dovrebbe avere. Aspetto non molto sottolineato, hanno anche avuto il merito di riportare una boccata d’aria fresca a un attivismo giovanile che pareva morto e sepolto. Ma ora, con Salvini fuori dai giochi (almeno per il momento), che ne sarà di loro? All’inizio di questa nuova fase, Nicola Zingaretti ha promesso che il Pd avrebbe “cambiato volto” dopo le elezioni regionali, una ristrutturazione completa per ridare credibilità al primo partito della sinistra italiana. In maniera simile, si potrebbe dire che il momento della verità sia arrivato anche per le stesse sardine, che a questo punto devono decidere che cosa vogliono fare da grandi. La loro “missione” anti-Salvini si è esaurita con le elezioni in Emilia-Romagna? Meglio chiuderla qui, portandosi a casa una bella vittoria e avendo ricordato al Paese che c’è ancora un sacco di gente che vede e ascolta ciò che succede nello spazio pubblico, e che non soltanto non si lascia imbambolare da citofonate show a privati cittadini e slogan gratuiti tipo “giù le mani dai bambini”, ma che è una massa pensante e in quanto tale merita un’offerta politica più valida del circo attuale? Oppure vale la pena di spendersi per continuare a mettere sotto gli occhi della politica tradizionale esattamente queste cose?

Difficile stabilire con precisione quali saranno i passi successivi per un movimento per sua natura fluido e (ancora) poco organizzato. Gli elementi a disposizione finora - l’annuncio di un “congresso” a marzo per strutturarsi meglio e il vaglio di una sorta di carta dei valori, indicano abbastanza chiaramente che l’esperienza non si concluderà qui. Ma in che modo sia da tracciare il percorso futuro resta una domanda aperta, cui forse nemmeno loro hanno ancora risposta. Per Lorenzo Marsili, filosofo, militante politico e imprenditore sociale (è tra gli iniziatori di Diem25 di Yanis Varoufakis e co-fondatore di un’organizzazione di attivismo giovanile transnazionale chiamata European Alternatives), per le Sardine è arrivato il momento di fare una scelta importante: continuare con il modello attuale, «rappresentando quegli “anticorpi” civili capaci di riportare un minimo di igiene politica nel nostro Paese», oppure alzare il tiro introducendo «temi pesanti», quali l’ecologia e le disuguaglianze, veri cardini del cambiamento finora ignorati dal governo. Solo un sogno? A detta di Marsili, sarebbe più che sufficiente per iniziare: «Le Sardine sono effettivamente riuscite a far tornare un sentimento di possibilità. A fronte di un centrosinistra oramai rassegnato alla inevitabile sconfitta storica, le piazze di questi mesi invece ci credono, credono nella loro potenza e nella possibilità di cambiare il corso delle cose. È questa carica di speranza e, perché no, di sana follia che è la materia di cui è fatta la Storia».

Marsili, quindi è concorde sul fatto che in Emilia le Sardine abbiano contribuito attivamente a spostare l’ago della bilancia in favore di Bonaccini? Oppure l’Emilia ha in fondo sempre avuto gli anticorpi di cui necessitava per non farsi persuadere da Matteo Salvini?
Proviamo a mettere le cose in prospettiva. Oltre i giustificati trionfalismi, il risultato delle forze di centrosinistra è tra i peggiori nella serie storica. Mentre i voti della destra, circa un milione, sembrano essere quelli che tradizionalmente prendeva in Emilia Romagna quando le cose andavano bene a livello nazionale. Possiamo quindi parlare di un “ritorno all’ordine”, dovuto in buona parte alla mobilitazione dell’elettorato di centrosinistra e ad un travaso di voti da parte dei Cinque Stelle. Il movimento delle Sardine ha contribuito a rendere lo scontro più mediatico, trasformandolo in uno scontro di piazze e di popoli (quel “popolo” che la sinistra sembrava aver perduto). Dunque sì, ha aiutato. E meno male. Oggi festeggiamo, ma domani capiamo come non accontentarci di un ritorno un po’ acciaccato a un bipolarismo in cui la destra mantiene ancora la maggioranza delle intenzioni di voto a livello nazionale.

Le sardine erano nate soprattutto come movimento di contrasto al populismo del leader della Lega. Ora che Salvini ha sonoramente perso, hanno perso la loro ragione d’essere?
È possibile che avere scalfito l’aurea di invincibilità di Salvini apra ad un lungo periodo di calo nei consensi per l’estrema destra capace di sovvertire il quadro politico. Ma questo non è ancora dato. Battere Salvini in Emilia Romagna significa avere evitato la rotta. La controffensiva deve però ancora partire. Il lavoro da fare rimane molto.

L’intenzione dichiarata dei leader del movimento è di volersi strutturare in maniera più organica, dotandosi di una carta dei valori e così via. Quali dovrebbero essere, a suo parere, le istanze da sostenere politicamente?
Mi pare evidente che la destra autoritaria che alza la testa in tutto il mondo sia il risultato delle politiche economiche e sociali portate avanti dall’intero spettro parlamentare negli ultimi vent’anni. Il populismo nazionalista è il frutto delle politiche di austerità, delle estreme ineguaglianze generate dal capitalismo finanziario, della destrutturazione del ruolo pubblico nel governare l’economia e ridistribuire la ricchezza. Non possiamo combattere il male senza affrontare le sue cause. Sogno un movimento capace di contribuire a disegnare l’alternativa ad un sistema in bancarotta economica, ecologica e morale.

C’è chi ha messo in dubbio la legittimità del movimento, poiché basato su valori molto generali e facilmente condivisibili (antipopulismo, antifascismo e così via), e quindi, di fatto, vuoti. Avrebbe senso ora allearsi con qualche partito politico? Potrebbe essere un’opzione la prossima riorganizzazione del Pd?
Forse verrò attaccato per questo, ma mi pare che le Sardine siano il primo movimento populista progressista che emerge in Italia. Quello del significante “vuoto”, ossia della promessa generica capace di raccogliere un consenso trasversale, è uno degli stratagemmi centrali del populismo - e il populismo, come lo intende ad esempio Ernesto Laclau e come lo ha praticato Podemos in Spagna, non è solo una cosa di destra o necessariamente cattiva! L’ipotesi di trasformarsi da movimento civico a movimento apertamente alleato di una singola forza politica - una sorta di “intellettuale organico” collettivo - mi sembra quella che garantirebbe al movimento l’impatto più modesto. Sopratutto perché ci sono scelte migliori che potrebbe prendere.

Però finora questo movimento, più che presenziare nelle piazze, non ha fatto. Qualche suggerimento per loro? Magari una cooperazione transnazionale con altri movimenti?
Mi pare che il movimento delle Sardine abbia due strade di fronte a sé. La prima è di continuare con il modello attuale, rappresentando quegli “anticorpi” civili capaci di riportare un minimo di igiene politica nel nostro Paese. È qualcosa di utile e importante, anche se non risolve il problema di cui parlavamo prima, ossia la necessità di un’alternativa rispetto al modello economico e sociale che ha causato la crescita dell’estrema destra in prima battuta. La seconda strada è di introdurre dei temi pesanti, facendo così una scelta forse divisiva ma capace di aiutare a costruire il lessico nuovo di cui c’è bisogno. Penso soprattutto all’ecologia, dove potrebbe unirsi al movimento globale sul clima e diventare veramente un punto di riferimento per la costruzione del futuro di cui abbiamo bisogno. E alle diseguaglianze, dove gli ultimi dati Oxfam ci confermano che abbiamo bisogno di tornare a pronunciare parole come redistribuzione della ricchezza". Personalmente mi sembra questa la scelta politicamente più forte e interessante.

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