La rivolta anti liberale
6 Febbraio Feb 2020 0600 06 febbraio 2020

Ecco perché il governo di Putin manipola costantemente le elezioni russe (e non solo quelle)

Più che un orpello per ingannare gli osservatori internazionali, il voto in Russia è un ingranaggio fondamentale per la macchina di potere del presidente. Inculcare l’idea che non ci siano alternative e fornire appuntamenti periodici per camuffarsi da forza del cambiamento

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Alexander Zemlianichenko / POOL / AFP

Nell’approccio adottato dal Cremlino per esercitare e mantenere il potere dal 2000 al 2010, le elezioni truccate svolgevano alcune funzioni cruciali che le consultazioni regolarmente organizzate non avrebbero espletato con altrettanto successo, neppure se fosse stato Putin a vincerle. Le elezioni manipolate della Russia erano palesemente un’imitazione inadeguata della democrazia occidentale, ma non erano un semplice orpello di facciata. Né erano concepite soltanto per persuadere gli sprovveduti supervisori occidentali che la Russia stesse compiendo la lenta transizione verso la democrazia o per fornire argomenti grazie ai quali l’Occidente potesse convincersi che la Russia fosse già una specie di democrazia. Piuttosto, erano ingranaggi essenziali della macchina del potere di Putin.

Innanzitutto, come aveva previsto Pavlovskij, le elezioni periodiche servivano a costruire e inculcare, a intervalli regolari, la logica secondo cui il governo di Putin era «senza alternative». Un sondaggio condotto dal Levada Center nel 2007 indicava che il 35 per cento degli intervistati affermava di «avere fiducia» in Putin perché «non vedeva altri su cui poter fare affidamento».

Gli scettici all’epoca avevano ragione a dubitare di quanto potessero davvero rivelare i risultati elettorali riguardo alla capacità di Putin di raccogliere voti, dato che nessuna alternativa seria era mai stata autorizzata a presentare la propria candidatura. In effetti, il responso delle urne nel 2011 confermò la tesi che la «popolarità» di Putin riflettesse l’«apatia» dei cittadini e «una mancanza di alternative».

Ma proprio questo è il punto: se si poteva convincerli che non esistevano alternative al leader in carica, gli elettori si sarebbero adattati con fatalismo allo status quo. Ciò spiega perché i tecnologi politici del Cremlino dedicassero tanto tempo a screditare ed escludere le alternative anche solo vagamente plausibili a Putin e ad assicurare che si misurasse con avversari fittizi palesemente sfavoriti come Vladimir Žirinovskij e Gennadij Zjuganov.

La paura esagerata di rivali relativamente deboli, privi di una base politica indipendente, rifletteva la loro insicurezza rispetto alla tenuta del sostegno popolare di cui godeva Putin. Volevano essere certi che nessuna contro-élite sarebbe mai stata in grado di radunare o di dare vita a una base elettorale. La frustrazione dei cittadini delusi dal sistema non si poteva semplicemente soffocare con l’intimidazione e la violenza. La delusione per l’operato del governo doveva essere invece gestita con astuzia esacerbando i problemi che ostacolavano l’azione collettiva da parte degli oppositori del regime. Le elezioni fraudolente offrivano la «sede» o il contesto in cui condurre questa gestione azzardata, che prevedeva la periodica frammentazione dei blocchi di voto ostili, la ciclica costruzione e demolizione di coalizioni rivali e la regolare epurazione degli avversari potenzialmente credibili prima che potessero affermarsi.

Le elezioni truccate offrivano anche al partito al potere occasioni periodiche per rinnovare la propria immagine. Coniando nuovi slogan e introducendo volti nuovi, il partito Russia Unita di Putin è riuscito a presentarsi come forza che promuove sia la stabilità sia il cambiamento.

da La rivolta antiliberale. Come l’Occidente sta perdendo la battaglia per la democrazia, di Ivan Krastev e Stephen Holmes, Mondadori, 2020

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