Strapaese
12 Febbraio Feb 2020 0600 12 febbraio 2020

Bossi, la sinistra e l’illusione che il Nord leghista possa ribellarsi alla strategia meridionalista di Salvini

Da “Prima il Nord” a “Prima gli italiani” il passo è breve. Più che tradire le regioni settentrionali l’ex vicepremier ha solo allargato il mercato, offrendo al Sud l’altra faccia del nazionalismo del Carroccio

Salvini_Linkiesta
Andreas SOLARO / AFP

Quanti auspicano l’esplosione della bolla di consenso della Lega dovrebbero scommettere su uno spillone diverso dalla rivolta del nord e dalla sedizione di una classe dirigente refrattaria all’ideologia nazionalista, apparentemente lontana dalle originarie rivendicazioni autonomiste o separatiste. Non è il nord il tallone d’Achille del Capitano, perché anche al nord il voto leghista ha caratteristiche simili a quello che premia altrove la “nuova” Lega nazionale.

Il voto leghista al nord non è un voto efficientista o produttivista. È solo – cosa tutt’affatto diversa – il voto più diffuso nelle aree più efficienti e produttive del Paese, che lo sono però per ragioni completamente indipendenti dal consenso ai programmi nazionali o al governo locale di un partito neppure più nominalmente nordista. La Lega continua al contrario a sbancare al nord, come mai nella sua storia, proponendo ricette – tagli di tasse e spese in deficit, welfare generoso e pensioni-centrico, protezionismo commerciale, uscita dall’euro – che attestano la “meridionalizzazione” del voto leghista in senso ideologico, prima che territoriale. La Lega va bene al sud, senza perdere consenso nelle sue tradizionali aree di insediamento, perché, per usare una metafora sciasciana, la linea della palma è andata a nord e i vizi della politica meridionale - un rapporto parassitario con la spesa pubblica, un principio di scambio tra il voto e le utilità particolari degli elettori, l’uso del governo ai fini del consenso e non viceversa, - hanno dilagato nel mainstream della politica nazionale e hanno unificato l’Italia nella ragione stessa delle sue ormai insanabili divisioni.

La questione settentrionale e quella meridionale sono l’una il rovescio dell’altra, due sintomi di un’unica malattia politica, di cui l’irresistibile ascesa del Capitano e della Lega nazionale è una delle manifestazioni più esemplari. Una malattia che le cure compassionevoli della politica primo-repubblicana non hanno guarito, ma semmai cronicizzato, e che infine la contestuale crisi finanziaria dello Stato e morale del sistema politico, ormai quasi trent’anni fa, ha fatto esplodere in forma epidemica.

Di questo contagio, la Lega non è stato un argine, ma uno dei principali vettori. Anche il malinteso federalismo, inteso come ampliamento della capacità di intervento e di spesa di ogni centro di potere territoriale, ha reso i rapporti tra nord e sud ancora più complicati, squilibrati e ingestibili secondo un principio di vera coesione nazionale.

Paradossalmente, anche il successo della prima Lega, all’inizio degli anni ’90, più che un segno di resistenza e di diversità del nord sacrificato agli egoismi particolari e alle solidarietà coatte della politica nazionale, è stato una forma di “meridionalismo nordista”, cioè di vittimismo rivendicativo e protestatario. La questione settentrionale come rendita e come alibi, non come sfida, esattamente come era avvenuto in precedenza per la questione meridionale. Questo spiega anche perché molti elettori del sud si riconoscano spontaneamente in Salvini e nel suo stile, nella logica del suo discorso e nel carattere della sua leadership, perdonandogli le ignominie razziste del suo passato padano, degne del peggiore Borghezio.

Mentre le dinamiche economico-sociali aggravavano le differenze e le fratture tra nord e sud, fino a fare dell’Italia il paese più diviso d’Europa (unico stato membro dell’Ue a essere un po’ Germania e un po’ Grecia), Salvini ha nazionalizzato il paradigma territorialista della Lega delle origini, adattandolo alla scala nazionalista. “Prima gli italiani” è però geneticamente identico a “Prima il nord”. Ai tempi di “Roma ladrona” e della secessione, che la polemica anti-salviniana porta a riabilitare con troppa leggerezza, si era già dinanzi alla medesimo schema amico-nemico e alla medesima nevrosi vittimistica, che avrebbe poi portato la Lega di Salvini a additare l’usurpatore della sovranità economica e politica del popolo nelle stanze delle tecnocrazie brussellesi e francofortesi e nelle lande delle desolate periferie del mondo, anziché, come faceva il Senatur, nei palazzi del potere romano e in quell’enorme e dolente periferia rappresentata dal denigrato Meridione. La Lega è sempre stata nazionalista, ben prima di Salvini, anche quando prestava il suo nazionalismo a nazioni bonsai o ridicolmente farlocche, come la Padania.

Nella Lega delle origini, come in quella di Salvini, c’è sempre una patria in pericolo a cui prestare soccorso e un invasore da respingere. E c’è sempre un “noi” esclusivo e connotato in senso etnico-territoriale, che l’immigrazione, l’integrazione economica, il pluralismo sociale e religioso minacciano nella sua identità e nei suoi interessi. Il Salvini che spopola in Abruzzo e in Sardegna è semplicemente la versione nazionalizzata di quello che nella Lega bossiana sulle felpe scriveva “Padania is not Italy”. Un impresario della paranoia nazionalista che ha ingrandito il proprio mercato.

Chi si reinventa un Bossi a uso e consumo della polemica anti-salvianiana, come Gad Lerner nella sua recente intervista al Senatur, deve occultare il dato di più macroscopica continuità della storia leghista, pur nelle mutevolissime fortune elettorali del Carroccio dal 1992 a oggi, che è il rifiuto di adattarsi alle compatibilità economiche, istituzionali e civili di una democrazia, come usa dire, avanzata, in nome di un’heimat immaginaria, che dà ragione a tutte le recriminazioni, conforto a tutti i dolori e giustificazione a tutte le pretese. Dalle ampolle del Dio Po ai rosari da capo-ultras, dalle mitologie celtiche alla devozione mariana, dalle cannottiere di Bossi ai Mojito di Salvini al Papeete, la storia della Lega è colma di paccottiglia da strapaese, liturgie propiziatorie, esibizioni bullistiche e in generale di “verità parallele” su cui dirottare la politica e farla girare a mezz’aria, ma a distanza di sicurezza dalla realtà e dalla responsabilità di governo.

In questo schema, Salvini potrà inciampare, come è successo a Bossi, se e quando si dissolverà la forza del racconto sovranista nella vacuità del nulla politico, ma la pietra d’inciampo non saranno il nord o le nostalgie proto-leghiste della vecchia guardia bossiana. Quando il vecchio leader Bossi dice a Lerner: «Se trasferisci la Lega al sud, poi diventa più difficile chiedere il voto alla Lombardia, al Veneto e all’Emilia» deve fingere di non sapere che la Lega non ha mai preso così tanti voti in Lombardia, Veneto e Emilia come da quando si è trasferita al sud. Perché nello schema di Salvini non è più difficile chiedere il voto ai lombardi, dopo averlo chiesto ai sardi. Non è neppure più facile. È proprio la stessa cosa.

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