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12 Febbraio Feb 2020 0600 12 febbraio 2020

La ricetta transnazionale di Sandro Gozi per un’Europa più forte

L’ex sottosegretario italiano alla presidenza del Consiglio e consigliere di Macron è diventato parlamentare dopo l’uscita degli inglesi. Ora a Bruxelles lavora per una maggiore integrazione tra gli Stati e tra En Marche e Italia Viva

Sandro Gozi_Linkiesta
OLIVIER LABAN-MATTEI / AFP

Sandro Gozi, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei dal 2014 al 2018, è uno dei nuovi deputati europei subentrati ai parlamentari britannici, decaduti dopo Brexit. Alle elezioni europee del 2019 è stato candidato in Francia nella lista Renaissance del partito di Emmanuel Macron, risultando eletto. Gozi è stato, per un breve periodo, consigliere del primo ministro francese, ma ha lasciato l’incarico nell’ottobre 2019 a seguito di un’inchiesta di Le Monde e del Times of Malta, che gli attribuiva un ruolo di consigliere nel governo maltese. L’interessato ha sempre smentito di lavorare contemporaneamente per i due governi, ma si è dimesso per evitare ulteriori polemiche. Questa settimana ha partecipato alla prima assemblea plenaria da quando riveste le sue nuove funzioni.

Lei è il primo ex membro di un governo eletto al Parlamento europeo in una lista straniera. Qual è il significato della sua elezione?
Per me è un punto di partenza perché siamo convinti che senza creare veri movimenti transnazionali europei non riusciremo mai a costruire l’Europa democratica che deve accompagnare l’idea di Europa sovrana. Cercheremo di introdurre le liste transnazionali nel 2024 proprio per costruire uno spazio politico davvero europeo che oggi è decisivo.

Lei subentra al Parlamento europeo grazie ai seggi lasciati liberi dai deputati britannici, che hanno lasciato Bruxelles e Strasburgo dopo la Brexit. Cosa vuol dire per l’Unione europea cominciare una nuova legislatura senza il Regno Unito? L’agenda politica del continente cambierà? E se sì, come?
La Brexit è un errore storico che rimpiango ma che rispetto, perché è stata una scelta democratica. Non dobbiamo più discutere di cosa è successo e perché, ma dobbiamo capire come questo shock può aiutare l’Europa a trovare una nuova carica. Dobbiamo riformarci per rispondere alla domanda posta dai brexiters, cioè all’idea che fosse necessario andarsene per riprendere il controllo della propria vita. Per me uscire dall’Unione europea è il modo migliore per perderlo ed essere esposti a tutte le grandi questioni globali; dobbiamo quindi mostrare che per riprendere il controllo sulla lotta al cambiamento climatico, sull’immigrazione, sul governo della finanza, sull’industria digitale bisogna costruire un’Europa sovrana. Questo progetto serve proprio per aiutare gli Stati nazione che, loro sì, hanno perso il controllo su queste dinamiche.

Senza il Regno Unito l’Unione europea perde il primo paese per budget sulla difesa, la seconda potenza nucleare del continente, un membro del consiglio di sicurezza dell’Onu e l’unico Stato, oltre alla Francia, con interessi globali. La Francia resta l’unico paese europeo con queste caratteristiche: è un problema o un’opportunità?
Sono convinto che possa rappresentare un’opportunità. Oggi è ancora più urgente e più possibile, vista la tradizionale contrarietà britannica, la costruzione dell’Europa della sicurezza e della difesa che non va vista come una sfida alla Nato ma come la necessità di dotarsi di mezzi per intervenire in maniera autonoma laddove i nostri interessi vitali sono in gioco. L’apertura di Emmanuel Macron, che si è detto disponibile a mettere a disposizione dell’Europa la dissuasione nucleare francese, è utile per cominciare a porre le basi di una cultura strategica comune. Bisogna condividere minacce, rischi ed eventuali reazioni a tutto questo.

Dall’elezione del presidente francese, nel maggio 2017, poche sono state le iniziative franco-tedesche. Il famoso motore si è inceppato? Siete preoccupati dalla lunghissima fase di transizione in Germania, ancora incapace di trovare un erede politico di Angela Merkel?
Il rapporto tra Francia e Germania è fondamentale, sia per i due paesi che per l’Europa, ma non è più sufficiente. Bisogna lavorare per costruire un’Europa basata su gruppi di paesi che prendono iniziative di avanguardia per accelerare l’integrazione europea. In questo gruppo di paesi vedo bene un’alleanza tra Francia, Germania e Italia, sempre aperta agli altri membri che vogliono condividere le nostre iniziative. Il fatto che la Germania sia timida in questa fase non può essere imputato a Emmanuel Macron, lui interpreta un’Europa che vuole cambiare, Angela Merkel invece finora ha interpretato il mantenimento dello status quo. La lunga transizione politica tedesca è chiaramente un problema, finché Berlino non troverà un assetto politico definito difficilmente si metterà alla testa di nuove iniziative. Dobbiamo anche dire le cose come stanno: in Francia si usa molto l’immagine della coppia con la Germania, che però non ha affatto la stessa percezione. E le cose si fanno in due.

Il progetto europeo di Emmanuel Macron era ambizioso: più poteri alla Commissione europea, un ministro dell’Economia comune, delle liste transnazionali al Parlamento europeo, un impulso alla sovranità europea. Tutto questo non è stato condiviso dagli altri Stati membri. È troppo dire che il presidente francese per ora ha fallito?
Sì, non vedo un fallimento, e al massimo il fallimento è di chi non ha risposto a queste iniziative. Le proposte di Macron hanno bisogno di tempo per essere portate a termine, ma dei risultati concreti li abbiamo ottenuti. Siamo riusciti a inserire le liste transnazionali tra le priorità di questa legislatura; avevamo detto che il clima dovesse essere una priorità per la Commissione e abbiamo ottenuto la trasformazione della Bei in una sorta di banca del clima; abbiamo proposto la conferenza sul futuro dell’Unione europea che si avvierà il 9 maggio. Quella di Macron è una giusta impazienza che serve a fare dei passi in avanti: certo se avesse anche degli interlocutori audaci tutto sarebbe più rapido. In questo senso la conferenza bilaterale tra Francia e Italia che si terrà a Napoli alla fine di febbraio è fondamentale. Sarà necessaria per riannodare una relazione messa in pericolo dalle scelte del governo Conte I, e spero che si possa discutere anche del trattato del Quirinale. Tra Italia e Francia c’è una relazione speciale e questo trattato serve a rinsaldarla e rilanciarla.

Lei parla di un rapporto a tre tra Italia, Francia e Germania, ma esistono divisioni molto profonde sulla strategia dell’Unione, basti pensare all’allagamento nei Balcani. Lo scorso autunno Francia ha posto il veto all’apertura dei negoziati per l’adesione di Albania e Macedonia del nord, una decisione bollata come «errore storico» da parte italiana.
Non sono d’accordo con chi dice che è stato un errore storico, perché prima di allargare bisogna rivedere la metodologia. Oggi il meccanismo che valuta i criteri di ammissione non è molto efficace, spesso dal punto di vista formale i criteri sono rispettati, però nella realtà le cose in questi paesi non cambiano. Ci vuole un meccanismo che preveda dei premi per chi raggiunge gli obiettivi, ma anche un reversibilità per chi non ci riesce. Nessuno mette in discussione la logica geopolitica dell’allargamento nei Balcani, che è lo strumento per contrastare l’influenza turca, russa e cinese nella regione. Tuttavia, finché non riformeremo l’Unione, che oggi non funziona, non sarà possibile accogliere nuovi membri.

Lei è iscritto anche a Italia Viva, qual è la collocazione europea del partito di Matteo Renzi? Entrerà a far parte del gruppo Renew Europe di Emmanuel Macron?
Italia Viva è un movimento nato per occupare uno spazio centrale, liberale e riformista. Siamo alternativi sia al Pd che ai conservatori nazionalisti. È un ruolo necessario, Matteo Renzi ha fin dall’inizio, ancora prima di fondare il suo nuovo partito, individuato in Emmanuel Macron l’unico vero leader europeo impegnato per un profondo cambiamento europeo già invocato dal Renzi presidente del Consiglio. C’è un dialogo tra i due momenti in corso e spero che questo dialogo sia rapido e positivo positivo. Il mio ruolo è aiutare questo progetto. Mi sembra che la battaglia che stiamo conducendo sulla giustizia possa illustrare bene il ruolo che Italia Viva riveste nel sistema politico italiano: in Italia c’è un profondo bisogno di giustizia giusta, e la logica stessa della sospensione della prescrizione va contro la concezione liberale dello Stato. Noi difendiamo questi valori, contro l’idea giustizialista portata avanti dal Movimento Cinque Stelle.

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