tra nostalgia e finzione
13 Febbraio Feb 2020 0600 13 febbraio 2020

“Gli anni più belli” di Muccino è il ritratto adrenalinico della nostra vita

Il nuovo film del regista romano segue il modello di “C’eravamo tanto amati”. Attraverso le vicende di un gruppo di amici che attraversano gli ultimi 40 anni tra amori e incomprensioni viene tracciato il ritratto della generazione degli attuali 50enni

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frame del trailer del film

Pregi e limiti storici della commedia italiana, trattenere sempre sullo sfondo la grande Storia privilegiando piuttosto le microstorie della quotidianità, la famiglia, l’amore, l’amicizia. Persino nei capolavori del Neorealismo, cominciando da Roma città aperta, la guerra, il fascismo, la resistenza si intravedevano appena dalla finestra. Che poi è la tesi dei principali saggi di Paul Ginsborg: la storia d’Italia è fatta da gruppi di persone e le persone sono sempre migliori di chi le governa. Sempre.

Nel 1974 Ettore Scola firmò uno dei suoi capolavori, C’eravamo tanto amati, il racconto di tre amici per caso, talmente diversi tra loro che solo da ragazzi si può stare insieme pur avendo mondi così lontani e in mezzo una donna, divisa tra due anche se ne ama uno solo. L’amore spesso rovina l’amicizia ma l’amicizia, soprattutto maschile, è più forte dell’amore per una donna.

Scola seguiva Gianni (Vittorio Gassman), Antonio (Nino Manfredi), Nicola (Stefano Satta Flores) e Luciana (Stefania Sandrelli) dalla lotta partigiana all’inizio degli anni ’70, passando per la ricostruzione, il boom economico, i sacrifici, le speranze, le disillusioni. Più o meno da dove si interrompeva, partono Gli anni più belli di Gabriele Muccino, in una ideale staffetta temporale che si ispira alla fonte senza diventarne il remake. C’è una fotografia sbiadita scattata negli anni ’80 di quattro adolescenti e c’è un ritrovarsi a festeggiare un capodanno nel nuovo millennio, con meno capelli e tante rughe, riflettendo che forse sì, questi ultimi quaranta sono stati davvero Gli anni più belli, d’accordo senza una guerra ma con tante difficoltà di un’Italia così ferma che l’unica è guardarsi indietro. E il Paese? Ancora una volta sfumano i contorni tra il secondo miracolo italiano, Tangentopoli, il berlusconismo, lo choc delle Twin Towers, la democrazia partecipata, gli smartphone.

Gabriele Muccino fa un cinema urlato, adrenalinico, potente, nevrotico, a tratti imperfetto, spesso bellissimo, entra nella pancia superando i ragionamenti. Fin dagli esordi gli è riuscito bene di raccontare la sua generazione che oggi ha superato la soglia dei cinquant’anni. Siamo già nella parte destra della classifica eppure continuiamo a comportarci da trentenni, rimandando a domani ciò che non siamo riusciti a fare né ieri né oggi senza domandarci se ci sarà ancora tempo.

La sua camera vorticosa segue Giulio (Pierfrancesco Favino, avvocato di successo arrivato dal basso che più basso non si può), Paolo (Kim Rossi Stuart, insegnante precario), Riccardo (Claudio Santamaria, intellettuale fallito) e Gemma (Micaela Ramazzotti, innamorata dell’amore). Tocca correre veloce per inseguire le loro vite strampalate ma sempre e comunque piene di senso. Non contano tanto (e non si raccontano) le vicende, i percorsi, gli accadimenti che in fondo sono uguali a tanti altri, ma la certezza che dopo due ore qualcosa di loro sarà la stessa tua vita. Esci dal cinema confuso tra la felicità di esserci stato, averli vissuti questi anni più belli, o la malinconia di ciò che hai perduto e che non tornerà. Tutti i giorni così, è proprio la nostra storia.

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