Lo show della giustizia
13 Febbraio Feb 2020 0600 13 febbraio 2020

Al gran duello milanese sullo stato di diritto tra Travaglio e i garantisti

Faccia a faccia tra il direttore del Fatto e il presidente dell’ordine degli avvocati di Milano Vinicio Nardo, organizzato dall'associazione Italia Stato di Diritto. La prescrizione come «istituto di inciviltà» e gli assolti non perché innocenti ma perché «non è stato possibile dimostrarlo»

Marco Travaglio_Linkiesta
ANDREAS SOLARO / AFP

«Il processo migliore è quello che si celebra nel tempo giusto per avvicinarsi alla verità dei fatti». Esordisce così Marco Travaglio al duello che gli ha lanciato Vinicio Nardo, presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano, ieri sera al Westin Palace di Milano. Eppoi il direttore del Fatto quotidiano la tocca piano, pianissimo: «La prescrizione è un istituto di inciviltà». Benvenuti alla competizione oratoria Giustizia vs. Giustizia. Confronto aperto su avvocatura e prescrizione, il tema caldo di questi sciagurati giorni servito in tavola da un’associazione che per nome benaugurante ha Italia Stato di Diritto.

Garantisti contro giustizialisti. Quelli che credono che la prescrizione sia il rimedio e gli altri convinti che sia una vera e propria patologia del sistema penale italiano. Si parte da un dato, il 75% dei processi muoiono dentro un armadio senza arrivare neanche all’udienza preliminare; dunque la prescrizione impedisce che una persona resti imputato a vita. La verità? In Italia ci sono oltre 3 milioni di processi e, forse, bisognerebbe ridurli archiviando quelli bagatellari: «Macchè, mi ricordo quando seguivo la cronaca giudiziaria: chi sceglieva il patteggiamento faceva la figura del pirla perché la maggior parte degli indagati preferiva il dibattimento. Sì, finiva sempre tutto in prescrizione. Io dico che le impugnazioni, in Italia, sono solo dilatorie», continua Travaglio. E insomma si lamenta che nel nostro sistema esistono troppe garanzie, la vera causa del collasso della giustizia.

Poi tira fuori dal cilindro la vicenda Imi-Sir e il Lodo Mondadori, parla di sentenze comprate, giudici corrotti, avvocati Azzeccagarbugli e di un martire, Piercamillo Davigo. È a questo punto che i sospiri di giuristi, docenti universitari e stagisti si trasformano in un unico ululato. Ma che, davero? Direbbero a Roma: «Travaglio, parli sempre delle stesse cose da vent’anni, dai», grida un penalista. E lui: «Quando un giornalista disonora la mia professione, io alzo la mano e lo dico. Perché non vorrei che qualcuno pensasse che io sono così. Non capisco perché per voi sia così difficile segnalare colleghi disonesti». Quindi si indigna della solidarietà lobbistica, sostiene che gli avvocati siano alcuni buoni, ma molti di più cattivi soprattutto quelli che difendono, come direbbe Barbara Lezzi, “le persone ambienti”. Eh, ma che ci azzecca, si domanderebbe Antonio Di Pietro. Invece accanto a lui c’è l’avvocato Nardo: «Stiamo vivendo un momento di furor punitivo preoccupante. Io vorrei che ci fosse un rapporto equilibrato tra stato e individuo, invece sento che la gente ha sfiducia nella tutela dei propri diritti perché la giurisdizione viene dipinta in maniera paradossale e parodistico. È gravissimo che il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri si permetta di dire che il 6-7% dei magistrati è corrotto. Altrettanto ridicolo è sostenere che i penalisti abbiano impedito di parlare a Davigo come se fossero usciti dall’aula ribaltando il tavolo o tagliandogli i fili dei microfoni».

Siamo seri. Se è chiaro che il processo penale debba essere riformato e i tempi della giustizia accorciati, le sanzioni disciplinari ai magistrati che “sforano” e agli avvocati per i ricorsi inammissibili potrebbero influire sulla speditezza? Questo e pure gli indennizzi agli imputati che hanno dovuto subire 15 anni di dibattimenti (il tempo medio di prescrizione di un reato in Italia). Qui sia il garantista che il giustizialista si trovano d’accordo: depenalizzare alcuni reati («Per esempio il reato di opinione. Io non manderei mai in prigione uno storico perché ha scritto un libro schifoso sulla negazione della Shoah», si affanna a precisare Travaglio) invece di crearne nuovi potrebbe funzionare; via i giudici passacarte e perfino l’udienza preliminare; sì a sanzioni processuali per controllare le fasi delle indagini e ridurre i tempi.

Pace fatta, quasi. Solo che poi qualcuno rammenta dell’epic fail di Alfonso Bonafede, il ministro della Giustizia del Movimento Cinque Stelle che a Otto e Mezzo ha dichiarato: «Gli innocenti non finiscono in carcere». Questo anche se i dati del Ministero dell’Economia e delle finanze mettono nero su bianco che dal 1992 al 31 dicembre 2018 in Italia sono 1057 all’anno gli innocenti che finiscono in custodia cautelare e ai quali ogni anno l’Italia paga 29 milioni di euro come riparazione per ingiusta detenzione. Travaglio però non delude: «Non sono in grado di affermare se mille innocenti all’anno siano troppi o fisiologici perché secondo me anche uno è troppo. Però sappiamo che le persone arrestate e assolte lo sono non perché non hanno commesso il fatto ma perché non è stato possibile dimostrarlo. Le assoluzioni non corrispondono a innocenza e non tutte le condanne corrispondono a colpevolezza. Solo il processo divino centra colpevoli e innocenti. Inoltre, sappiate anche che nessuno va in carcere».

All’hotel Westin Palace parte un boato di buuuu. Ed è solo a questo punto che Marco Travaglio arriva allo showdown: «Nelle cause civili non vai in galera, ma io ci andrei volentieri perché è una pena detentiva finta. Sarei anche disposto a beccarmi qualche giorno piuttosto che perdere lo stipendio di un anno e versare 60mila euro nelle tasche del padre di Renzi solo per aver scritto che era andato in bancarotta».

Meno male che l’appello c’è, si lascia scappare Guido Camera, l’avvocato moderatore della serata.

E Nardo: «Non si può ridicolizzare la giustizia in questo modo. La relazione del garante del 13 gennaio 2020 conferma che le carceri italiane sono affollate e che le pene inflitte fino a 3 anni, coinvolgono 23mila persone. La gente va in galera, altro che».

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