Raccontare storie
13 Febbraio Feb 2020 0600 13 febbraio 2020

The French Dispatch, il film di Wes Anderson è una lettera d’amore al giornalismo (e al New Yorker)

Il regista racconta la storia di un magazine immaginario, con sede in Francia ma in lingua inglese, rifacendosi alle storie e al modello del celebre settimanale americano

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Immagine tratta dal trailer del film

Lui lo considera «una lettera d’amore per i giornalisti», un film con cui esprime la sua passione per la carta stampata e la capacità di trovare e raccontare storie. Per la precisione The French Dispatch, il prossimo film di Wes Anderson che uscirà in estate, racconta le vicende dell’omonimo, fittizio, magazine. Una rivista che somiglia assai – nelle copertine, nelle storie che propone, perfino nei personaggi che lo popolano – al New Yorker, il celebre e raffinatissimo settimanale americano. E quelli del New Yorker ne sono molto orgogliosi.

L’azione si svolge in un’inestistente cittadina francese, Ennui-sur-Blasé, nel dopoguerra, e illustra, in occasione della preparazione di un numero commemorativo, le tre migliori storie mai pubblicate dal magazine. Una sul rapimento di uno chef, un’altra sul caso di un artista condannato all’ergastolo per duplice omicidio, e la terza incentrata sulle proteste parigine del ’68. Tutte vicende per le quali, si fa notare, ha tratto una lontana ispirazione da articoli proprio del New Yorker.

Un omaggio, insomma, per un magazine che il regista ha sempre ammirato. Lo legge da quando è ragazzo, ne colleziona i numeri ed è arrivato a ripescare, in edizioni rilegate, tutte le uscite fino agli anni ’40.

Si può dire allora che, applicando la medesima cura per i dettagli e lo stesso piacere per le storie, Wes Anderson lo abbia messo in scena: il personaggio di Arthur Howitzer Jr., il direttore (impersonato da Bill Murray) si ispira a Harold Ross, il fondatore del New Yorker. Quello di Julian Cadazio, un mercante di arte (Adrien Brody) richiama da vicino Lord Duveen, il protagonista di un super-ritratto in sei parti scritto da S. N. Behrman pubblicato sul magazine americano nel 1951. E le vicende sul maggio francese ricalcano un altro pezzo, “The Events in May: A Paris Notebook”, scritto nel 1968 da Mavis Gallant.

Una lettera d’amore per i giornalisti, quindi. Soprattutto a quelli che, da quasi un secolo, fanno un prodotto di qualità: cosmopolita, raffinato e quando serve (come per le inchieste su Weinstein).

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