Il nuovo partito vecchio
14 Febbraio Feb 2020 0600 14 febbraio 2020

Nel Pd qualcosa si muove, ma nella risacca del passato

Il politologo Ignazi si mostra ottimista a proposito dell’evoluzione del Pd, ma la realtà è che non esiste più una rete territoriale capace di determinare la linea politica. Forse l’entusiasmo è per l’incontro con una certa cultura giustizialista e il ritorno a forme avanzate di statalismo

Zingaretti Linkiesta
(ANDREAS SOLARO / AFP)

Che cosa si muove davvero nel Pd? In quale direzione? E mediante quali innovazioni strutturali? Il tema è complicato e per certi versi un po’ ripetitivo (da sempre si discute della forma-partito con molti yawn e poco costrutto), e però stavolta sembra che il Pd sia arrivato a un bivio: o s’inventa qualcosa di realmente nuovo che vada al di là delle smozzicate parole sul “partito nuovo” o procede come un gambero verso un clamorosa restaurazione.

Il politologo Piero Ignazi, su Repubblica, si mostra molto ottimista («Finalmente nel Pd qualcosa si muove») e articola una serie di idee che mescolano forse inconsapevolmente vecchio e nuovo. Ma soprattutto moltissimo di ciò che egli evoca come reale appare ben lontano dalla nuda osservazione dei fatti.

Prendiamo la questione dei circoli territoriali che, malgrado l’impegno per certi versi eroico di gruppi di militanti, non sono più da tempo una scuola democratica come le vecchie sezioni comuniste – scuola perché vi si imparavano molte cose (a partire dall’italiano), e democratiche perché con tutti i limiti riuscivano a “farsi sentire” – e non sono nemmeno quelle “agenzie civiche” ove affrontare e risolvere problemi locali, come suggerito da Fabrizio Barca. La realtà fattuale dice piuttosto che una rete territoriale il Pd non ce l’ha più, una rete politica, intendiamo, capace cioè di “fare” la linea politica del partito o quantomeno di condizionarla. Nel migliore dei casi sono gruppi di persone che ogni tanto discutono fra di loro (ottima cosa), nel peggiore servono alle varie filiere ad attruppare voti in vista di questa o quella nomina.

Al vertice, in questa fase, il Pd è un partito verticistico ma non leaderistico, anche perché Nicola Zingaretti, per forma mentis e caratteristiche personali, non è certo uno che immagini di voler essere il “Capo” del partito ma “solo” il segretario. Eppure è un partito verticistico basato su una giustapposizione consociativa di gruppi/correnti che procede per cooptazione spesso senza trasparenza (manca da un anno una segreteria politica riconosciuta mentre agisce una segreteria de facto confusa con uno staff molto “romano”), con una Direzione e una Assemblea nazionale da tempo prive di reale potere: il declino democratico dei gruppi dirigenti iniziò con Matteo Renzi, beninteso, ma adesso va anche peggio, lungo uno scivolamento inerziale che alla fine può tornare comodo al gruppo di comando di turno.

Tutto avviene nelle segrete stanze – sia detto senza boria nuovista e domocraticista, nessuno è nato ieri – in un gioco di specchi fra i leader e seguaci dei leader che proietta il suo riverbero a livello locale, determinando un rinsecchimento culturale e una chiusura alle competenze esterne, il contrario di ciò che servirebbe. I gruppi dirigenti, in questo modo, si perpetuano e restano come ipnotizzati dalle logiche di potere interno, con la conseguenza di non cimentarsi mai con il popolo, i cittadini (tranne ovviamente i sindaci e parte degli amministratori). Logico, pertanto, pensare che in questa condizione un Mattia Santori o ancor di più una luminosa Elly Schlein in ipotetiche primarie oggi straccerebbero qualunque dirigente nazionale del Pd.

Ma se un “prodiano” come Ignazi plaude a questa situazione che ricorda molto gli ultimi anni di vita del Partito comunista, c’è qualcosa che va ulteriormente spiegato. È possibile che la soddisfazione del nostro politologo sia dovuta al fatto che questa restaurazione organizzativa si accompagni a una torsione “di sinistra” dell’impostazione generale del Pd. Forse è questo che aggrada: l’incontro con una certa cultura giustizialista e con alcune movenze ideologiche populiste “di sinistra” (l’abbraccio fagocitante nei confronti del M5s), il ritorno a forme avanzate di statalismo e protezionismo sociale, l’ansia di un modello di Stato paternalistico e occhiuto, la subordinazione dell’idea di libertà a quella, economicisticamente intesa, di uguaglianza, la ripresa di un’idea elitaria della lotta politica come scontro fra stati maggiori, la lotta non per la conquista dell’egemonia culturale ma per la sopravvivenza di un ceto politico, dunque la supremazia della tattica sulla strategia. È questo rumore di risacca ideologica che, troncando con l’epoca renziana ma per certi versi anche veltroniana, fa dire che «finalmente qualcosa si muove».

Quanto all’idea di un Congresso annuale, come fanno i laburisti, è interessante se esso viene inteso come appuntamento generale di elaborazione della linea politica e di solenne contendibilità della leadership. Peccato che il Pd reale si accinga a un Congresso che non contemplerà proprio la verifica dei gruppi dirigenti, dunque una conferenza di programma, che è una cosa ben diversa. Come se la fissazione di punti programmatici potesse essere autonoma rispetto al problema di quale gruppo dirigente quei contenuti possa essere in grado di portarli a successo. Come se i programmi fossero una roba da isolare in laboratorio come il Coronavirus e non un cimento con i processi sociali reali.

Ecco infine perché – ben lontano dal prodismo – le primarie sono vissute da Ignazi più come un fastidio che come un’opportunità, perché alla fine il manovratore non va disturbato più di tanto, un manovratore-leader che va eletto «dai sostenitori, non da chi passa di lì per caso e mette una firmetta senza valore», che è quello che ha sempre sostenuto – contro le primarie aperte – Massimo D’Alema quando diceva che «è come nominare l’amministratore di condominio da parte di altri condominii». Un ulteriore disincentivo al partito che si apre alla società e che anzi ha l’obiettivo di “essere la società”, forma moderna di ricerca di egemonia come direzione del processo storico nazionale (il “fare Storia” di Gramsci) ed espressione della vocazione alta di un moderno Partito democratico di sinistra.

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