Google e gli altri
19 Aprile Apr 2011 2250 19 aprile 2011

La guerra senza pace della musica on-line

Nell’ottobre del 2009 Google aveva annunciato l’attivazione del servizio Music Search, una funzione di ricerca destinata alla musica. L’obiettivo era quello di permettere agli utenti di avvicinarsi di più ai loro artisti preferiti, o di scoprire nuovi autori e interpreti vicini ai loro gusti. L’idea era nata dalla constatazione che 2 domande su 10 tra le più frequenti negli USA erano connesse al mondo della musica.
Il servizio prevedeva la possibilità di ascoltare una preview del brano direttamente dal listato delle risposte di Google, o tramite l’accesso ai portali che avrebbero stretto una partnership con il motore. Tra i nomi dei fornitori di materiale figuravano Lala, Pandora, Rhapsody, Myspace – che nel frattempo hanno chiuso, o godono di scarsa salute, o hanno modificato in modo radicale la loro strategia di business. L’esito è che dal 1° aprile, Google ha chiuso la funzione di ricerca musicale.


Il dibattito sul destino del servizio era diventato molto vivace a partire dalle prime settimane del 2011. Si sono sprecati i pronostici su quali nuovi partner sarebbero stati scelti da Page e Brin, dal momento che si reputava improbabile un’alleanza simultanea con Amazon e con iTunes, i due giganti on-line della vendita di musica. Ma il 29 marzo scorso Amazon ha lanciato la sua app store di musica destinata ad Android, che prevede una configurazione del servizio tipica delle soluzioni di Google: la disponibilità di uno spazio di 5 GB in cui il cliente può depositare gratis la sua musica, l’accesso ai brani comprati e preferiti con un account indipendente dal device di fruizione, la disponibilità di preview dei brani. Un clone del Google-pensiero nel cuore mobile di Google, indipendente da Google.


Ma blogger e utenti sembrano non essersi rassegnati alla decisione del motore di ricerca – che in ogni caso appare tutt’altro che definitiva. Un articolo comparso il 15 aprile con 77 commenti prospetta il quadro di un mercato della musica monopolizzato dai giganti dell’informatica (Google, Microsoft, Yahoo!, Amazon, ecc.), il cui valore di mercato supera ormai in modo significativo quello delle Major discografiche. Lo scenario è meno fantascientifico di quanto sembri, da un punto di vista meramente economico; ma l’autore lo propone quasi come un imperativo morale, perché questa via libererebbe l’arte dai condizionamenti soffocanti delle case di produzione. Questo post replica il ventaglio di punti di vista che sono citati in innumerevoli altri dibattiti dello stesso genere: la tutela del copyright da parte delle major è vissuto come la tutela di un monopolio di cui non sono più ben chiare le ragioni e la fondatezza; l’unica cosa certa è che questo baluardo garantisce alle aziende che ne traggono vantaggio una sorta di immunità dal dovere di comprendere le caratteristiche della società e del pubblico, e di cambiare il modello di business in modo conseguente. Per la verità, si tratta di un’immunità comunque molto temporanea.


Le voci discordanti si sollevano non tanto per difendere gli editori, quanto per criticare la tesi secondo la quale la mediazione di Google e dei suoi pari potrebbe in qualche modo agevolare la libertà di espressione dei gruppi indipendenti o delle etichette minori. Chi perde comunque nel gioco economico sembrano essere proprio gli artisti e i creatori, che secondo blogger&co. sono quelli cui finisce la fetta più piccola dei ricavi. Il tracollo progressivo degli alleati on-line di Google invece è il sintomo di quanto il mercato stia perdendo dal punto di vista della possibilità di creare nuovi modelli di business a causa della guerra dichiarata da Major e istituzioni pubbliche a qualunque forma di interpretazione meno che intransigente della proprietà intellettuale. Una guerra peraltro che stanno perdendo tutti i soggetti coinvolti: in termini di ricavi economici le imprese, in degrado della coscienza civile sia lo stato sia l’intera generazione dei “giovani” che ricorre in modo sempre crescente allo scambio di contenuti piratati.


Il sospetto che la rilevazione del ruolo di mediatore tra artisti e pubblico compiuta da Google possa non corrispondere alla democratizzazione della produzione e alla liberalizzazione dell’accesso, naturalmente è ben fondata. La ragione del dubbio non risiede tanto nel prelievo forzoso di fondi che il motore eserciterebbe sulla pubblicazione o sulla divulgazione pubblicitaria dei contenuti – ma nella meccanica “di regime” del motore. Il problema insomma non si trova nell’ombra delle retrovie del Sistema, ma proprio nel suo funzionamento più apprezzato e legittimo. I calcoli sul grafo web e sul grafo sociale che stabiliscono la classifica dei contenuti proposti all’utente spingono infatti le scelte degli individui sempre dalla periferia verso il centro focale della nicchia che condivide i loro gusti. Il Sistema tende a premiare sempre di più le scelte degli individui più influenti all’interno della comunità raccolta attorno al tema di mio interesse. Se amo la musica classica, e per la mia storia personale sono un fan di Kodaly, il motore mi spingerà sempre più verso Mozart (magari interpretato da Maag e non da Karajan), dalla deriva verso il mainstream della nicchia.


Ma questa è già la storia di un altro post.

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