Le parole sono importanti
20 Aprile Apr 2011 1011 20 aprile 2011

Difendersi con i media dal processo mediatico

Le accuse giudiziarie - e anche la sola notizia di un avviso di garanzia - possono rovinare una carriera, una campagna elettorale, un successo politico annunciato.

I media possono, però, essere usati anche per difendersi con efficacia e trasformare le accuse in un punto di forza. Le strategie di comunicazione adottate costituiscono, in questo senso, un elemento decisivo.

Atteggiamenti diversi possono, infatti, generare una risposta completamente diversa da parte dell’opinione pubblica.

In questi casi un passo falso può costare caro. Richard Nixon lo imparò a proprie spese, come racconta George Lakoff in un testo classico del linguaggio politico. Durante lo scandalo Watergate, per far fronte alle continue richieste di dimissioni, il presidente americano rilasciò una dichiarazione pubblica in televisione nella quale affermava “non sono un imbroglione”. Come risultato tutti pensarono proprio che era un imbroglione.

La mente umana, infatti, non conosce la negazione e ragiona solo in termini positivi: nominare il termine “imbroglione”, sebbene per respingerlo, evoca un “frame”, un quadro di riferimento, un universo di significato, ci fa venire in mente un patto e qualcuno che lo viola, una persona sincera e uno spergiuro, un buono e un cattivo.

Un esempio opposto ci viene, invece, dal contesto italiano. A pochi giorni dalle primarie per le regionali in Puglia - nel 2010 - si diffonde la notizia che Vendola avrebbe fatto una telefonata per “agevolare” un candidato in un concorso per il posto di primario in un ospedale della provincia di Bari. Un’accusa gravissima per un politico che fa dell’integrità una caratteristica chiave della propria immagine.

La risposta di Vendola arriva immediata, non per negare, ma per rivendicare il proprio operato: in una videolettera sul suo sito e attraverso tutti i mezzi di comunicazione racconta la propria versione, e riporta il curriculum di eccellenza della persona per cui si è interessato (un professore della prestigiosa Harvard University, di origine pugliese, che il governatore voleva far tornare in Italia).

«È difficile per me poter immaginare di essere iscritto nel registro degli indagati per qualcosa per cui pensavo di dover prendere una lode, di dover essere oggetto di pubblica gratificazione – racconta Vendola nel videomessaggio diffuso in Rete – questa vicenda è un episodio di buon governo, ed è incredibile che possa essere capovolta in un episodio da analizzare con la lente del codice penale».

L’episodio avrebbe potuto costituire un’ombra pesantissima sulla sua immagine e invece Vendola riesce a convertirlo in un punto di forza.

Un politico meno abile avrebbe risposto dicendo “io non ho mai raccomandato nessuno”, contribuendo a rinforzare nel pubblico l’idea che la spintarella – la segnalazione – ci fosse stata e minando uno dei punti fondamentali su cui si costruisce la fiducia dell’elettorato.

Gianluca Giansante

gianlucagiansante.com

ps ho scritto in origine questo articolo per il sito processomediatico.it


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