La fanfara frenetica
22 Aprile Apr 2011 0817 22 aprile 2011

«L'avanguardia risiede nei sentimenti e non nelle forme» (Massimo Urbani). Massimo Urbani, un fragile Genio proletario, qualcuno da non dimenticare

Massimo Urbani ha rappresentato per tutti quelli che lo hanno conosciuto, l'incontro con il Genio alla stato puro. Non esiste una sola incisione discografica che possa riconsegnare la sensazione diretta che questo musicista, esprimeva dal vivo. Non sembra tuttavia possibile che un Musicista così importante sia stato praticamente dimenticato dalle Istituzioni, che non sia vissuto e celebrato il suo enorme patrimonio emotivo ed espressivo, attraverso una qualsiasi celebrazione ufficiale. Forse perché era un proletario di Montemario, figlio di un portantino dell'Ospedale di Santa Maria della Pietà? Forse perché questo suo disordinato stile di vita, che lo ha portato ad una morte precoce, destabilizza troppo un sistema tutto sommato borghese, che riconosce solo le persone che mantengono standard "accettabili"? Questo non lo so. Vedo solo che sono pochi gli Alfieri che portano alto il nome di questo Genio Italiano. Saluto e abbraccio con affetto le organizzazioni spontanee, autogenerate dai musicisti che lo hanno conosciuto e da quelli che ne hanno solo sentito parlare, e che si occupano di gestire il patrimonio musicale di Massimo e il suo Spirito come l'Associazione Massimo Urbani (su FB) o il Festival Premio Massimo Urbani, giunto alla XV edizione.
http://www.premiomassimourbani.com/

Ma chi era Massimo Urbani?
Di sicuro rientra senza alcun dubbio nella categoria dei Geni.Nel suo piccolo spazio, ritagliato a casa del padre, dove viveva con molti fratelli, una sorella e la nonna, Massimo aveva solo una decina di dischi e un giradischi sgangheratissimo, un modello, tipo Admiral o qualcosa di simile, che, probabilmente faceva parte della dotazione fornita da Selezione dal "Reader's Digest" che oltre ai libri, vendeva anche i dischi e il supporto per sentirli. Bé, non dimenticherò mai che una volta, dopo una prova con lui ed il fratello Maurizio, tenorsassofonista, ci mettemmo ad ascoltare tutti e dieci i dischi che possedeva e che erano letteralmente inaudibili a causa della puntina mai cambiata; erano i suoi "libri di testo", e su di essi, aveva forgiato il suo stile suonandoci continuamente per centinaia di volte. Quei materiali preziosi erano i celeberrimi dischi di Miles Davis e del suo quintetto con Coltrane, i dischi di Coltrane da leader come Blue Trane e alcuni di jazz tradizionale, e Massimo, visto che non sapeva leggere bene la musica, li aveva trascritti nota per nota nella sua prodigiosa memoria. Alla fine della giornata, Massimo mi regalò Black Pearls di Coltrane e la sua collezione si ridusse a nove dischi. Gesto normale per Max, che divideva tutto e se ne fregava di possedere alcunché.. a parte il suo Selmer... il calcio nel sedere al Music Inn, me lo ha dato lui, e come a me, lo ha dato a mille altri che avevano modo, duettando con lui, di capire quali fossero i paramentri più alti che un solista di jazz poteva raggiungere e attraverso di lui, miglioravano e crescevano esponenzialmente.


Io e Max in concerto


Questo perché Massimo era un grande uomo. Il suo incoraggiamento e la sua disponibilità permisero a tanti giovani di muovere i primi passi ad un livello professionale alto. Il riconoscimento di Massimo è stato pressocché istantaneo ed è statoMito appena si è manifestato.


Gaslini lo scopre a Santa Cecilia , durante i suoi corsi di Jazz



Rava e Gaslini, artefici del suo riconoscimento che, comunque si sarebbe realizzato a prescindere da loro, lo hanno colto nel suo periodo migliore, in un momento in cui si intuisce la sua piena potenzialità di innovatore e che poi, più tardi si sarebbe spento a causa della dipendenza.

Ma la sua storia la troverete sui siti che vi ho segnalato. Certamente la sua potenza espressiva, scaturiva da una forza fisica taurina, da una resistenza prodigiosa alle artigliate dell'eroina che , miracolosamente, ha sopportato per trentasei anni, prima di soccombere. Poteva reggere perché aveva un "drive" interno che assommava la possente intensità e sonorità del suo sassofono, figlio diretto di Parker, Coltrane e Albert Aylerad una capacità espressiva e una sensibilità prodigiose, che svelavano, soprattuto nelle ballad, una dolcezza e una fragilità inaspettate, e che si potevano equiparare facilmente a quelle di Chet Baker.

Proprio quel periodo, che ho direttamente vissuto, mi evoca un alone opprimente di morte, che promanava da lui e da altre figure che lo circondavano. Mi è capitato spesso di parlarne con Danilo Rea, Giampaolo Ascolese, Enrico Pieranunzi ed Enzo Pietropaoli che mi hanno confermato la stessa sensazione.



Loro, molto più grandi di me, sentivano che quel periodo sarebbe durato poco poiché, vivendo in continuazione con Massimo, ne vedevano la rapida decadenza fisica e psichica , che poi, nel giro di pochi anni, lo ha portato all'overdose finale. Eppure, ancora oggi, molti, non si spiegano perché sia morto. La morte non era in lui. Ci sono anche dei misteri da dirimere, forse. Massimo era una persona aperta, solare, di una simpatia debordante e colmo di ironia. Aveva un modo di giocare , anche nella vita che solo chi lo ha conosciuto, può spiegare. Celebre il surreale dialogo fra uomo e cane che amava raccontare anche suonando, ben rappresentato dall'inesplicabile equazione "Dog + Man = Feeling".



Tutti, davvero tutti quelli che lo hanno conosciuto lo hanno amato e risentire oggi , a distanza di tanti anni, il morso feroce della sua mancanza, spinge tanti, come me ad esempio, a fare il possibile per tenerne vivo il nome e l'azione artistica. Ma è giunto il momento che questo grande Artista italiano sia celebrato degnamente e con tutte le possibili cure.

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