Personal Media
23 Aprile Apr 2011 1549 23 aprile 2011

Chi ci protegge da Google, Apple e Facebook?

Nei giorni scorsi il Wall Street Journal ha scritto (suscitando scalpore) che gli iPhone e gli smartphone targati Android continuamente rivelano ad Apple e Google la nostra posizione geografica- Le due aziende stanno accumulando un enorme database sulle nostre abitudini di cittadini e consumatori. L’obiettivo è il mercato di servizi geolocalizzati (che oggi sono negli Usa avrebbe un valore di 2,9 miliardi di dollari, destinati a crescere a 8,3 miliardi nel 2014 secondo Gartner). Questi dati non solo vengono conservati, ma sono condivisi con altre aziende, in particolare società di marketing che hanno interesse a conoscere e studiare le nostre abitudini di consumatori. Non ci vuole molto per capire che si tratta di un problema di capitale importanza per il nostro futuro. Aziende come Apple, Facebook e Google (solo per citare i tre giganti) devono il loro successo economico e l’enorme capitalizzazione in Borsa alle informazioni raccolte su di noi.
Il problema è al centro di un Rapporto pubblicato recentemente dal World Economic Forum (Personal Data: The Emergence of a New Asset Class) secondo il quale: “I dati personali sono il nuovo petrolio di Internet e la nuova moneta del mondo digitale”. Al di là del fastidio istintivo che mi provocano queste metafore, credo che sia vero. I nostri dati viaggiano in rete, molti ben visibili sul web, altri riservati: ci sono i nostri Dati fiscali, tweets, email, foto, posizione geografica, percorsi seguiti sul web... L'incrocio di questi dati (alcuni riservati, altri privatizzati da specifiche aziende) ha un grande valore sociale, culturale ed economico, di cui solo ora cominciamo a intravvedere le potenzialità. Il Rapporto del WEF sostiene che “”è necessario un nuovo modo di pensare sugli individui”. Che cosa significa?
Entro il 2020 50 miliardi di congegni elettronici saranno collegati a Internet. Già oggi ogni giorno sul web viaggiano 47 miliardi di email (oltre agli spam), 95 milioni di tweets, un miliardo di messaggi vengono condivisi su Facebook. Ogni giorno il nostro “grafico sociale”, per usare la terminologia usata dai fondatori di Facebook, diventa più articolato.
Questri dati potrebbero essere usati anche per fini sociali. Se condividessimo con il Servizio Sanitario Nazionale i dettagli del nostro stile di vita e le nostre abitudini alimentari, forse incrociando questi dati con il nostro stato di salute sarebbe possibile arrivare a migliori risultati nella gestione delle risorse pubbliche. Google sostiene che geolocalizzando la posizione dei nostri cellulari (e osservando la nostra velocità quando ci muoviamo in auto) si possono fornire informazioni utili sullo stato del traffico strada per strada. Ma che fare per evitare che i nostri dati vengano sfruttati “solo” per il profitto di pochi?
Ci sono problemi. La percezione dell’importanza della privacy varia molto da persona a persona, ed è assai più debole tra i giovani, che tendono a minimizzare l’importanza della protezione dei propri dati personali. I diritti di proprietà, che sono ferrei per i beni materiali e ampiamente discussi per le opere dell’ingegno, non si estendono ai dati personali. In che modo devo essere informato di come i dati che mi riguardano vengono seguiti, analizzati, sfruttati? Quanto valore hanno queste informazioni? In che modo posso controllarle e rivenderne l’uso? Per ora nessuna di queste domande ha una risposta. Il Rapporto del World Economic Forum prevede lo sviluppo di Identity Service Provider al di sopra delle parti, che garantiscano per l’identità di ciascuno di noi e insieme ci proteggano dall’invadenza delle singole aziende. Il concetto è sul tappeto da anni, ma non ha fatto molta strada. demonizzare Google, Facebook e Apple è sbagliato e perdente. ma ignorare che il problema esista e un atto di masochismo collettivo.

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