Falafel Cafè
26 Aprile Apr 2011 1707 26 aprile 2011

E il database dell'Olocausto riunisce due cugini

Vivevano a un’ora di macchina di distanza. Dopo decenni di persecuzioni, campi di concentramento, espulsioni di massa, torture, viaggi attraverso l’Europa, avevano deciso di trascorrere i loro ultimi anni di vita in Israele. Lei, Liora Tamir, 65 anni, aveva preso una casa a Tel Aviv. Lui, Aryeh Shikler, 73, ad Haifa.

Non due sconosciuti, Liora e Aryeh, ma parenti. Di più: cugini. Solo che non lo sapevano. Tanto da aver fatto credere alla donna di essere rimasta sola al mondo. Ma l’insistenza di Ilana, la figlia di Liora, il lavoro decennale del museo dell’Olocausto e Internet hanno portato i propri frutti. E hano fatto abbracciare – per la prima volta – i due cugini allo Yad Vashem di Gerusalemme.

Liora è l’unica, della sua famiglia, scampata ai lager nazisti prima e ai campi di lavoro sovietici poi. A dodici anni era completamente sola. «Mia mamma non mi ha mai parlato di tutti i parenti», racconta la donna. «Così quando è morta ho pensato fossi l’ultima sopravvissuta».

Decenni dopo, la figlia Ilana inizia a fare le sue ricerche. Trova riscontri, incrocia nomi, cognomi e legami parentali. Poi approda all’ampio database dello Yad Vashem. E qui trova la famiglia Shikler. Cerca di capire se c’è ancora qualcuno in vita. Si imbatte in un certo Aryeh, un’anziano di Haifa. Si mette in contatto con lui. E alla fine si scopre che sono parenti.

I due s’incontrano. Piangono. Si abbracciano. I responsabili del museo, gli stessi che si sono posti l’obiettivo di inserire nel database generale tutte le vittime ebree dell’Olocausto (più di sei milioni), ecco i responsabili si commuovono. «Ci vorrà un po’ di tempo per riassestare le cose», dice la figlia Ilana. «Ma finalmente abbiamo un albero genealogico».

(nella foto Aryeh e Liora, dopo l'abbraccio al museo Yad Vashem di Gerusalemme - foto di Noam Moskowitz)

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