Una panchina, un libro
28 Aprile Apr 2011 1225 28 aprile 2011

Infiniti frammenti di memoria

Nicole Krauss, La grande casa, Guanda, 2011


Un romanzo complicato, ma molto bello per la potenza della scrittura di Krauss e per la sua capacità di sondare sentimenti e sensazioni. Americana, ebrea, Nicole Krauss per sua stessa ammissione non è praticante, ma le sue origini permeano tutta la narrazione de La grande casa. Come si apprende nel capitolo finale, dopo la distruzione di Gerusalemme da parte dei romani, il rabbino ben Zakkai fondò una scuola talmudica che, in mancanza di una patria, trasformò Gerusalemme in un’idea : ogni ebreo avrebbe portato con sé un piccolissimo frammento di memoria di quella “grande casa” cosicchè quando il popolo ebraico si fosse riunito si sarebbe ricomposta nella sua integralità l’anima ebraica. Di qui il titolo del libro che propone una riflessione su come il dolore della perdita e la ricerca della memoria possano condizionare la realtà, tanto più se si è sopravvissuti alla Shoah o si è un discendente di chi è sopravvissuto.


La grande casa si compone di quattro filoni narrativi accomunati da un concetto centrale: una grande scrivania, inquietante nelle sue dimensioni, passa di mano in mano, attraverso le storie di narratori che si muovono in tempi e luoghi diversi (Stati Uniti, Inghilterra, Israele). I personaggi non si conoscono tra loro, ma prima o poi si incontreranno proprio a causa di quell’ oggetto ingombrante e di misteriosa provenienza.


Il romanzo si apre con la storia di Nadia, una scrittrice cinquantenne di New York, che si rivolge a qualcuno, chiamandolo “Vostro Onore”, la cui identità ci verrà svelata solo alla fine. Nadia gli spiega come un giovane poeta cileno , Daniel Varsky, ventisette anni prima le abbia lasciato in custodia i propri mobili, tra cui la grande scrivania, per poi rientrare in Cile e trovare la morte nelle prigioni di Pinochet. E come, dopo un quarto di secolo, lei si sia separata a malincuore dalla scrivania per restituirla a una donna di nome Leah Weisz, che diceva di essere la figlia di Varsky. Il secondo narratore è Aaron, un anziano giudice israeliano, che rivolgendosi al figlio Dov, ricostruisce il travagliato rapporto di incomprensione e incomunicabilità che da sempre lega i due. Alla fine del libro capiremo che anche la storia di Aaron e Dov, di per sé compiuta, si incrocia, seppure marginalmente con quella della scrivania. In un terzo filone narrativo Arthur Bender , professore universitario inglese, ricorda il suo lungo matrimonio con Lotte Berg, che diversi anni prima di morire di Alzheimer, aveva regalato la scrivania al poeta cileno. Non ancora ventenne, nel 1939 Lotte aveva lasciato per sempre la sua famiglia e la Germania nazista per accompagnare in Inghilterra ottantasei bambini ebrei . Solo dopo la morte della moglie, Arthur verrà a conoscenza di un inquietante segreto da lei gelosamente custodito e causa di terribili sensi di colpa. L’ultima voce è quella di Izzy, studentessa americana a Oxford, che si innamora di Iacov Weisz, indissolubilmente legato alla sorella Leah: i due fratelli Weisz sono vittime di un padre autoritario e ingombrante, George Weisz, un antiquario di successo che, recuperando mobili ed oggetti trafugati dai nazisti, si è creato una clientela fedele tra coloro che hanno perso i propri cari nella Shoah. Nella casa in cui vive a Gerusalemme, Weisz ha meticolosamente ricostruito pezzo per pezzo lo studio del padre saccheggiato dai nazisti a Budapest nel 1944. L’unica cosa che manca è la grande scrivania …

Personaggi complessi : Nadia, Lotte, Dov, Georg Weisz sono solitari, ermetici, sofferenti, difficili da amare – persone che non hanno bisogno degli altri e che fanno soffrire coloro che gli stanno vicino . Ne scaturiscono storie di dolore, frustrazione e rabbia, che non lasciano alcuno spazio alla felicità. Storie complesse, da leggere con attenzione: Krauss infatti, come altri scrittori della "scuola di Brooklyn" (Auster, Safran Foer, Siri Husvedt) costruisce le sue trame in maniera circolare, interrompendo spesso la narrazione principale con flashback e digressioni che aggiungono nuove dimensioni e introducono una miriade di personaggi minori. Questo modo di procedere è stato ben descritto da Daniel Mendelsohn, anch’egli ebreo americano, nel suo romanzo Gli scomparsi : “Quando mio nonno raccontava una storia…non faceva qualcosa di così ovvio come iniziare dall’inizio e finire con la fine; invece la raccontava a cerchi concentrici cosicchè ciascun personaggio menzionato…aveva la sua mini-storia, una storia nella storia, una narrazione nella narrazione ... la storia che mi raccontava non era come il gioco del domino, una cosa dopo l’altra, ma come le scatole cinesi o le matrioske, una vicenda che contiene l’altra e così via.”


La grande casa è il terzo romanzo di Krauss, dopo Un uomo sulla soglia e La storia dell’amore: tutti accomunati dall’impegno che richiedono al lettore. Vale però la pena di darsi il tempo e di immergersi negli abissi di memoria che questa autrice descrive con arte . Vale la pena di assaporare la creatività delle metafore e la genialità di alcuni dettagli, come quelle briciole con cui l’antiquario Weisz descrive i suoi clienti alla ricerca di qualche frammento della propria vita prima dell’Olocausto: “Iniziano a parlare e io torno con loro alla loro infanzia…Sono lì con lui sotto il tavolo…Vedo le gambe di sua madre che si muovono in cucina e le briciole che la cameriera ha lasciato per terra.… ormai vengono da me solo quelli che erano bambini. Gli altri sono morti.”

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook