Personal Media
28 Aprile Apr 2011 0713 28 aprile 2011

Obama è nato in Kenya e le Br vivono in Procura

George Lakoff, linguista di Berkeley, comincia il suo libro più noto (Don’t think of an elephant) con un aneddoto irresistibile. Talvolta a lezione chiede agli studenti: “Qualunque cosa vogliate fare, non pensate a un elefante”. Poi confessa: “Non sono mai riuscito a trovare uno studente che ci riuscisse. Se vi dicono la parola elefante, nel vostro cervello scatta l’immagine dell’elefante. Alla parola è associata l’immagine. Impossibile evitarlo”.
Lakoff fa un altro esempio. Quando Richard Nixon si presentò agli elettori per discolparsi dallo scandalo Watergate disse: “I am not a crook, non sono un imbroglione”. Ma tutti immediatamente associarono al suo volto la parola imbroglione.
La storia si ripete continuamente nel mondo dei media, dove le metafore vincono sulla verità. Negli Stati Uniti da settimane Donald Trump, miliardario e principe dei comunicatori, ripete che Obama non ha diritto di essere presidente: dove sono le prove che sia effettivamente nato negli Stati Uniti e non in Kenya, come molti suggeriscono? La campagna ha invaso i talk show, è finita nei notiziari di prima serata e sui giornali, sul web è diventata un tormentone. Direbbe Lakoff: “Ora provate a non associare il nome di Obama alla parola Kenya…”. Nessuno ci riuscirebbe in questo momento. Vorreste come presidente (americano) uno che vi ricorda il Kenya?
Ci sono immagini e metafore che sono troppo forti, troppo invasive per essere evitate. Pensate all’immagine della magistratura milanese associata alle Br. Un’idea assurda, si direbbe. Ma non è così. Se l’idea viene suggerita decine di volte, se viene seriamente discussa in televisione, se finisce sui manifesti incollati per strada, allora diventa plausibile per molti. Diventa una metafora che viene evocata dal nostro cervello ogni volta che un giudice si comporta in modo indesiderato, se mette il naso negli affari dell'onorata società.
Dopo settimane di polemica, Obama si è sentito obbligato a mostrare il suo certificato di nascita. Il New York Times ha scritto che “si è trattato di un momento straordinariamente basso della vita politica americana”. Ma anche negli Stati Uniti (come in Italia) non si è ancora toccato il fondo. Donald Trump ha subito chiesto: “E ora il presidente ci dimostri che le sue credenziali accademiche sono vere”.
In Italia stiamo assistendo a questo schema da molti anni. Il dibattito politico è continuamente spostato dalla realtà alle metafore, su terreni dove vincono le emozioni e la finzione. In politica vince chi riesce a fissare l'agenda della discussione pubblica, e quindi a imporre il proprio linguaggio e le proprie metafore. La sinistra italiana rincorre le metafore di altri.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook