L'Itabolario
29 Aprile Apr 2011 0710 29 aprile 2011

Perdono

In linea teorica la categoria del perdono non avrebbe alcuna attinenza giuridica. Il diritto sancisce la colpevolezza o l’innocenza, mentre alla coscienza individuale – delle vittime - spetterebbe di perdonare o meno chi ha commesso un crimine. Non sono un giurista, ma ho l’impressione che la distinzione non sia più attuale: il perdono, nei ruoli opposti di chi lo richiede e chi lo concede, entra nello spazio pubblico e nei processi. Nel bellissimo libro «Non c’è futuro senza perdono» Desmond Tutu, arcivescovo di Johannesburg, racconta l’esperienza della Commissione per la verità e la riconciliazione nel Sudafrica di Mandela, che poneva la richiesta di perdono come condizione per ottenere l’amnistia. Anche in Italia, soprattutto nei casi di terrorismo, la richiesta di perdono alle vittime è fondamentale per ottenere i benefici di legge per i detenuti. Non è invece determinante, giustamente, la risposta delle vittime, perché si tratterebbe altrimenti di vendetta. Come quando in tv intervistano i parenti delle vittime sui loro sentimenti nei confronti dell’omicida. Non so se tutto ciò sia un bene. Qualcuno ha interpretato questa realtà come un progressivo slittamento del diritto dalla categoria del reato a quella del peccato. Non so. Rimane il fatto che Sabina Rossa, deputata Pd figlia del sindacalista Guido, ammazzato dalle BR, ci ha dato una lezione straordinaria, difficilmente ripetibile: si è battuta affinché Vincenzo Gagliardo e sua moglie ottenessero la condizionale, sebbene entrambi non avessero mai presentato una domanda di perdono (ritenuta troppo strumentale). «Un gesto di civiltà» ha commentato semplicemente la parlamentare.

Dal latino medievale perdonare (cit. DELI). In latino classico si diceva condonare, recentemente tornato in uso in contesti decisamente differenti.

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