Google e gli altri
2 Maggio Mag 2011 0013 01 maggio 2011

Privacy, dati e informazioni

Qualche giorno fa Enrico Pedemonte ha postato alcune riflessioni sul rapporto tra gli utenti internet e la privacy del massimo interesse. Sintetizzando con colpevole banalizzazione, il senso delle sue osservazioni, si può dire che il pubblico non ricorre agli strumenti di tutela della privacy anche quando questi sono disponibili sui nuovi media; Elias sosteneva che la sensibilità per il pudore e per la riservatezza aumentano con lo scorrere del tempo e con il progresso delle istituzioni civili – ma l’esperienza del secondo dopoguerra testimonia contro questa generalizzazione storica.


Naturalmente i riferimenti di Pedemonte sono veri da un punto di vista empirico: anche quando Google e Facebook hanno introdotto strumenti per la tutela della privacy sotto la pressione delle polemiche, gli utenti non si sono documentati in massa sulle funzioni disponibili e non le hanno usate. La prima riflessione che viene da proporre contro la ricostruzione fondata sul testo di Elias è che probabilmente non è la percezione della privacy ad aver invertito la freccia del tempo negli ultimi 60 anni; è invece la famiglia borghese che aveva creato e propagato i valori morali su cui quella sensibilità si era creata ad essersi disintegrata. Con lei si è dissolta anche l’assiologia dell’uomo vittoriano, la sua unità psicologica e fisica.


Ma ora vorrei concentrarmi su alcuni degli aspetti che nella percezione del pubblico sembrano rendere comunque vantaggioso lo scambio tra i propri dati personali e i servizi che ricevono dalle piattaforme digitali. Credo che i termini stessi della transazione suggeriscano una soluzione interessante: gli utenti forniscono dei dati a Google, a Facebook, a Apple – e in cambio ricevono informazioni. La disinvoltura con cui si usano questi termini come sinonimi ha fatto perdere di vista la differenza radicale che corre tra di loro. Il dato è un valore che trova un suo posto in una struttura tassonomica: è una posizione in una scala, o in una tabella. Non ha alcun senso, solo un’identità di misura che viene rappresentata nel linguaggio di qualche sistema di calcolo. L’informazione invece è un tipo di conoscenza che ha già coinvolto nella sua configurazione l’aspetto pragmatico: è una rappresentazione che spiega anche le ragioni della sua esistenza, la sua teleologia nei confronti dell’esperienza di chi la scopre. In altre parole, il dato è inerte, mentre l’informazione è un significato: illustra all’individuo che vi interagisce il senso che ricoprirà nella sua vita, gli mostra che uso farne nel momento in cui gli si mostra. Non ha a che fare solo con linguaggi, calcoli e strutture; ha qualcosa da spartire con i ruoli, con i progetti, con l’interazione nei confronti di qualche area della realtà, e con la sua trasformazione.


Se si dà un’occhiata al listato di risposte che Google srotola nella prima pagina di risultati, si scopre che persino questo semplice elenco funziona già come un’informazione, senza che si sia cliccato ancora su alcuno dei record presentati. Se per esempio si interroga Google.it con la query «finanza» il listato del motore offre questa informazione: è inutile chiedersi cosa sia questo oggetto. Per rispondere a questa curiosità è sufficiente dare un’occhiata ad una voce enciclopedica (la solita Wikipedia), collocata in penultima posizione nella pagina. In realtà occuparsi di finanza significa essere aggiornati – con un ritardo massimo di 24 ore se siamo di sabato o di domenica – sul comportamento dei mercati azionari e sui rumors che li circondano. 7 voci su 10 rispondono a questa esigenza, senza contare i link strutturali che rimandano alle news di finanza in formato video. La comunità che discute di finanza ritiene che occuparsi della sua definizione, della sua storia e del suo statuto nel mondo contemporaneo sia velleitario, una lussuosa perdita di tempo. L’unico sospetto legittimo è che l’oggetto dell’indagine non sia la finanza, ma la guardia di finanza, cui vengono destinati due link centrali. Il listato dei risultati di Google non è un mero elenco: è un paradigma come quello che si usa per i verbi di latino, un campione come quello che si usa per riconoscere la stoffa giusta in sartoria, o per eseguire analisi chimiche di un certo materiale o ambiente.


Le risposte di Google sono un prototipo di comportamento, una descrizione dell’agenza degli interessi della comunità (più o meno di nicchia) che si occupa dell’argomento. Insegnano a riconoscere l’oggetto della domanda indicando il modo in cui si entra a far parte della tribù che lo frequenta.
Per ottenere questi risultati Google preleva dati grezzi dalle dichiarazioni che il pubblico rilascia in modo intenzionale tramite i contenuti sui siti, sui blog, sui forum; dalle asserzioni che secerne in modo intenzionale, ma non per un destinatario universale, come le mail e le chat; dai comportamenti che possono persino sfuggire al controllo individuale, l’insieme di tutti i clic che si compiono sui link e sui pulsanti delle pagine internet. O come fa anche Facebook, preleva una classe ulteriore di dati dall’interazione con i post degli altri utenti connessi tramite il grafo sociale: la quantità e il tipo di oggetti pubblicati e cliccati reciprocamente, taggati, commentati, replicati, condivisi. Un’indagine empirica pubblicata da SEOmoz il 19 aprile scorso rileva che per Google le indicazioni ottenute dai comportamenti sociali acquistano un’importanza maggiore persino sulle consuetudini registrate nella cronologia delle operazioni personali per la fissazione dei valori di rilevanza.


Il modo stesso con cui funzionano i software che stimano il grado di pertinenza dei contenuti e di influenza degli utenti frammenta l’unità dell’individuo nella somma dei suoi interessi. Ad ogni argomento corrisponde una comunità, un contesto di dibattito, un insieme di opinion leader che stabiliscono i focus dell’attenzione, i valori di giudizio, temi e modalità accettabili di trattazione. L’identità soggettiva si frantuma in un puzzle di modelli di pensiero e di comportamento cui il singolo aderisce in modo più o meno efficace e con una comprensione più o meno collaudata. L’uomo vittoriano, che è padrone di se stesso – così come è padrone dei suoi mezzi di produzione, o dovrebbe volerlo essere – è scomparso in questo labirinto di tessere che non compongono più alcun disegno coerente di individualità. Né Google, né Facebook, né Apple, né Amazon, hanno tratteggiato una strategia di verità intorno al reale o all’uomo; il mondo si ridisegna attorno ad ogni query, ad ogni post, ad ogni tag che vengano imputati. La politica e l’etica non provengono da una visione universale, o da una formazione personale, ma si profilano di nuovo ad ogni asserzione e ad ogni domanda pubblicata, sulla base della loro focalità rispetto al tema trattato e alla forza di influenza che l’utente riveste nel suo grafo sociale rispetto all’argomento: sono la pragmatica d’uso inscritta nell’informazione.


Sicuramente la Rete è uno degli ambiti in cui l’antropologia dell’uomo vittoriano si è dissolta in modo più completo. Ma senza il suo impianto etico – e senz’altro, moralistico – non esiste nemmeno più l’esigenza della privacy che ne derivava.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook