Falafel Cafè
6 Maggio Mag 2011 2253 06 maggio 2011

Hamas, Fatah e quelle domande sull'accordo ancora senza risposta

Passata la sbornia per lo storico accordo tra Fatah e Hamas, è giusto farsi – o meglio: fare – qualche domanda. Domande che, per ora, restano senza risposta. In attesa che quei fogli firmati al cospetto della nuova autorità egiziana si trasformino in atti concreti. E non nell’ennesimo tentativo di demolire le fondamenta uno dell’altro.

Perché l’euforia, tra i palestinesi, sarà pure tanta. Però poi bisogna fare i conti con la geopolitica. E con la cartina. Da un lato la Striscia di Gaza governata da Hamas. Nient’altro che un pezzetto di terra isolato dal resto del mondo (anche dopo le timide aperture egiziane). Dall’altro lato c’è la West Bank. Grande, tortuosa, piena di colonie e carica di tensione per ora frenata, governata dal Fatah. In mezzo lei, Israele. Una democrazia matura. Ma anche un Paese in perenne stato di guerra. Minacciata da tutti i lati.

E allora. Fatte le premesse, la prima domanda è proprio sul ruolo cruciale d’Israele. Perché se l’accordo prevede la formazione di un governo congiunto tra Hamas e Fatah, come può questo esecutivo essere operativo giorno dopo giorno senza l’approvazione dello Stato ebraico che continua a controllare parte della Cisgiordania? Israele non darà mai il permesso di muoversi liberamente per la West Bank a esponenti di Hamas. Gerusalemme è in guerra con la formazione che governa Gaza. Mentre negli ultimi anni ha saputo costruire buone relazioni con l’autorità politica di Ramallah. Come si confronteranno i nuovi vertici dell’Autorità nazionale palestinese? Via Skype?

Poi ci sarebbero da fare i conti. Proprio quelli: i conti economici. E siamo alla domanda numero due. Dai resoconti dei Palestine Papers è venuto fuori che la principale paura di Abu Mazen è quella di perdere tutti i finanziamenti occidentali (americani ed europei in primis) in caso di accordo politico e militare con Hamas. Cos’è successo da allora? Chi o cosa ha rassicurato Fatah sul fatto che i soldi continueranno a piovere come sempre ogni mese? Unione europea e Stati Uniti hanno dato l’ok all’accordo?

Per non parlare dell’aspetto militare. Che ci porta a fare la domanda numero tre: in che modo avverrà l’integrazione delle forze di sicurezza di Gaza e Ramallah? Davvero Fatah ha la forza di fare a meno dell’aiuto occidentale o sarà Hamas ad abbandonare i suoi propositi anti-ebraici? E ancora: l’integrazione è davvero una strada realizzabile? La realtà è sotto gli occhi: da un lato c’è l’esercito palestinese in Cisgiordania che coopera con l’esercito israeliano in quasi tutte le operazioni. Per non parlare dei corsi di addestramento e dei finanziamenti statunitensi. Non un finanziamento a fondo perduto. Ma con una clausola: io Usa ti finanzio e ti rafforzo, tu Fatah ti occupi di annientare gli estremisti firmati Hamas. Ecco, parliamo di Hamas. Più che un esercito il suo è un’accozzaglia di fazioni paramilitari estremiste che esercitano un controllo a macchie sulla Striscia. La visione è anti-israeliana e una delle mission è proprio quella di annichilire lo Stato ebraico.

Poi, di domande, ce ne sarebbero anche altre. Sulle prossime elezioni, sulla proclamazione dello Stato palestinese, sulla riorganizzazione della moribonda Organizzazione per la liberazione della Palestina. Ma per ora, passata la sbronza, basterebbe fare luce sulle prime tre.

Infine, una vocina – non smentita – che gira tra gli ambienti diplomatici mediorientali. Ecco, dice quella vocina che l’accordo «a sorpresa» tra Fatah e Hamas è stata una risposta politico-diplomatica ai colloqui sempre più fitti, ma nascosti, tra Israele e Turchia con la mediazione americana. Al centro del dialogo Ankara-Gerusalemme ci sarebbero il rinvio della partenza di una nuova Freedom Flottilla verso Gaza e un’operazione congiunta per la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit, ostaggio dei miliziani della Striscia da quasi cinque anni.
Una corrispondenza di amorosi sensi che avrebbe finito per lasciare fuori dai giochi non solo Fatah e Hamas, ma anche l’Egitto. E questo – secondo la vocina – spiegherebbe non solo l’accelerazione sull’accordo palestinese, ma anche il ruolo cruciale della nuova autorità al Cairo.

(Nella foto Afp/Getty ragazzi palestinesi esultano dopo l'accordo tra Hamas e Fatah; nell'immagine Reuters il leader dell'Anp Abu Mazen)

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