L'Itabolario
13 Maggio Mag 2011 1015 13 maggio 2011

Cancro

L’ultima, in ordine di tempo, è stata l’ineffabile Daniela Santanché (ve la ricordate la grandiosa imitazione di Paola Cortellesi con la sottosegretaria che parlava tra vampe di fuoco?). Ilda Boccassini sarebbe una «metastasi». La metafora tumorale è però ormai entrata a pieno titolo nel discorso pubblico: Berlusconi non fa che ripetere come la magistratura politicizzata sia il «cancro della democrazia» italiana, e anche Gianfranco Fini, intervenendo alcuni anni a un congresso di Alleanza nazionale, affermò che le correnti (di partito) sono delle «metastasi». Alcuni osservatori hanno commentato questo linguaggio in modo molto duro, sostenendo che si tratta di una reificazione e disumanizzazione dell’avversario politico. Ma qui forse il punto è un altro. La mancanza di rispetto maggiore, a mio modo di vedere, è nei confronti di quei milioni di italiani che, giorno dopo giorno, lottano contro questa malattia, assistono un parente che si opera o si sottopone agli effetti delle terapie contro il cancro, dolorose e fiaccanti. Insomma, in questo caso trovo che la maggiore inciviltà non sia tanto quella di vilipendere l’avversario politico, un’istituzione, una carica pubblica. Quanto piuttosto di svilire il dolore terribile di moltissime persone in nome di una battaglia interessata ai voti e al potere.

Dal latino dotto “cancrum”, calco semantico del greco “karkinos” (DELI) poiché le ramificazioni del tumore ricordano le zampe dell’animale. La parola ha preso piede in moltissime lingue europee (inglese, francese, tedesco). Già Francesco De Sanctis, nella sua opera di critico militante, adoperava il termine in senso metaforico.

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