Falafel Cafè
16 Maggio Mag 2011 0952 16 maggio 2011

REPORTAGE / Un giorno a Dheisheh: ieri un campo profughi, oggi una cittadina

DHEISHEH (West Bank) – Uno si aspetta centinaia di tende. Separate da viuzze di terra battuta che diventano melma quando piove. E bambini che giocano nella polvere. E uomini che bivaccano da una parte all’altra. E bagni all’aperto.

Invece. Invece Dheisheh – a sud di Betlemme – non sembra proprio un campo profughi. Così come compare sui report internazionali e sulle mappe stradali. E’ sì recintato da mura alte 3 metri, ma ha più le caratteristiche di un grande quartiere. Con tanto di case in mattoni, palazzine, strade asfaltate, attività commerciali. Apparenza. Perché - come diranno in molti - questo centro per rifugiati sta scoppiando. Di persone. E di rabbia.

“Sei un amico o un nemico?”, chiede un bambino prima in arabo poi in inglese stentato. Mentre i coetanei – e qualche adulto – aspettano la risposta. “Sei americano, israeliano o un nostro amico?”, chiede di nuovo. E questa volta è tirato in volto. “Amico”, rispondiamo. Così quest’esserino di non più di 5-6 anni si sposta e ci libera la strada. Se chiedi ai piccoli da dove vengono non risponderanno mai “Dheisheh”, ma indicheranno la città o il villaggio dal quale bisnonni, nonni e padri sono stati “cacciati” dopo le incursioni israeliane.

I numeri. Cinque generazioni di rifugiati (il campo esiste dal 1949), 14mila persone che vivono in 1,5 chilometri quadrati. Quattromila anime in più in tre anni (+40%). “Qui è un inferno”, dice un volontario palestinese. Che snocciola altri dati buoni per le statistiche. “A disposizione dei rifugiati ci sono un medico e due infermiere che lavorano sei ore al giorno per sei giorni che possono curare i pazienti per non più di 6,5 secondi ciascuno”. Quest'ultima cifra non ci convince molto. Ma il ragazzo assicura di aver fatto tutti i calcoli. E di aver denunciato la cosa ai vertici locali.

E le Nazioni Unite cosa fanno? “Poco, a dire il vero – continua il volontario -. Provvedono al cibo, all’istruzione e a fornirci i medicinali”. Le classi sono così affollate che tra la primavera e l’estate molte lezioni si fanno all’aperto. “Con 65 studenti per volta è difficile insegnare”. E sulla sicurezza cala il silenzio. “L’Onu su questo fronte non ci aiuta più, troppo rischioso. Così dobbiamo autoregolarci”. Intendi: diritto di famiglia. “Quando poi vengono i soldati israeliani a fare rastrellamenti è tutta un’altra musica”, dice un anziano seduto sui gradini di casa sua.

Il vero problema di questo angolo di mondo, però, è un altro: l’acqua. “Se siamo fortunati una volta al mese vengono a riempire i nostri depositi”, dice Shaadi, proprietario di un bar all’ultimo piano del centro direzionale del campo. Guarda verso occidente Shaadi e fa un cenno con la testa. “Quei palazzi sono di un insediamento ebraico in terra nostra. Hanno tutto: elettricità, metano e soprattutto acqua. Tutto il giorno, tutti i giorni. Tanto che si possono permettere anche le piscine. Sono quei rettangolini azzurri, li vedi?”.

Nel campo hanno dato una mano molti volontari italiani. E italiana è anche l’unica maglia di calcio appesa come un trofeo in una stanza piena di coppe: è quella del Livorno e porta il nome (e il numero) di Cristiano Lucarelli.

Fuori fa un caldo che nemmeno l’ombra riesce a dar sollievo. Non c’è un filo di vento. A rompere il silenzio ci pensa una comitiva di liceali americani dalla faccia stanca e annoiata. “Ci hanno costretti a venire qui”, confessa Mark, uno degli studenti, mentre scatta foto goliardiche con i suoi amici.

La maggior parte delle costruzioni del Dheisheh Refugee Camp sono state intonacate da poco. Dominano il grigio, il bianco slavato e le scritte anti-israeliane. Tante. Qua e là residutati della campagna elettorale. Qua e là megaposter e dipinti dei “martiri” che si sono “sacrificati per la causa palestinese”.

I bambini palestinesi guardano incuriositi. Alcuni sono completamente nudi. Qualcuno osserva gli “intrusi” appoggiandosi al portone. I vecchi arrancano sotto al sole a picco. Ogni tanto passa qualche camioncino che raccoglie i rifiuti. In lontananza si sentono i versi di una capra e di un asino. I cavi dell’elettricità, dalle dimensioni più varie, svolazzano da un pilone all’altro. Le case e le palazzine, poi, sono costruite così vicine che quasi si toccano.

“Non c’è per niente privacy”, continua Shaadi. “Ogni litigio, ogni discussione, ogni problema famigliare in questo campo diventano un affare sulla bocca di tutti”. Ride Shaadi. Racconta di quando quella moglie aveva scoperto il marito a letto con un’altra. Descrive i gesti, riporta le frasi. Ma lo sa bene che non è una situazione sopportabile. Come non lo è il fatto che nessuno dei 14mila abitanti può spostarsi più di tanto. “Sono nato e vivo a due passi da Gerusalemme – racconta -. Ho visto 26 paesi del mondo e non sono mai stato nella Città Santà. Mai. Perché non posso andarci? Che male ho fatto?”.

Le frustrazioni del passato e del presente. La mancanza di una prospettiva. L’idea che ci sarà una sesta e una settima e un’ottava generazione di rifugiati. La rassegnazione nei confronti di una vita “che non è vita”. La resistenza di certe tradizioni che considerano la donna “alla pari di un bambino”. Tutto questo è il Dheisheh Refugee Camp. Chiosa Shaadi: “E’ il modellino fedele della Palestina di oggi. Un modellino che sta per esplodere. Basterebbe solo una miccia”.

(foto di Leonard Berberi)

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