Una panchina, un libro
23 Maggio Mag 2011 0720 23 maggio 2011

"Lavora. Non prendere marito. Non avere figli."

Simonetta Agnello Hornby, Un filo d’olio, Sellerio, 2011

Con questo libretto, la siciliana Simonetta Agnello Hornby , che ha al suo attivo cinque romanzi di un certo spessore , La Mennulara in primis, si è prodotta in un’opera autobiografica gradevole e di facile lettura. Ma, proprio per la sua semplicità, il valore di questa testimonianza è probabilmente maggiore per l’autrice che non per il lettore. Le memorie della spensierate estati trascorse da bambina nella casa estiva di famiglia a Mosè vicino ad Agrigento hanno un carattere soprattutto “fotografico” senza la pretesa di analizzare più di tanto personaggi e situazioni. Per noi è un po’ come sfogliare l’ album di famiglia di un amico: il piacere, se c’è, si esaurisce in un attimo, mentre per l’interessato il significato è sicuramente più profondo. Vero è che la Hornby scrive bene ed è un brand ormai affermato sul piano delle vendite cosicchè questo piccolo lavoro sta facilmente scalando la top ten dei bestseller italiani, pur non meritando quanto i romanzi. Anche l’idea di “condire” gli episodi d’infanzia con accenni alla gastronomia locale non è poi così originale . Tanto più che, oltre ad essere descritti nel corso della narrazione, i piatti vengono diligentemente riproposti in forma di vere e proprie ricette nelle ultime settanta pagine del libro.
Fatte queste premesse, alcuni quadretti rimangono impressi: ad esempio, la scena felliniana della scampagnata dei “pretini” del vicino seminario, che in poche ore di aria frenetiche riassaporano la libertà fanciullesca perduta. Straordinaria poi la descrizione delle due sorelle, rispettivamente madre e zia della Hornby, che sequestrano la cucina nei pomeriggi estivi per sfornare ogni sorta di dolce, intrecciando fra loro un balletto di formalità: ” Dopo di te, Teresù” “ No prima tu” “ Grazie” “ Prego” “Scusa se ti ho spinto Elenù”. E poi, finito il lavoro, tornano ad essere le signore della casa, indossando il vestito da pomeriggio, il filo di perle buone e le scarpe di Chanel.
La famiglia della Hornby rappresenta un’aristocrazia siciliana ormai estinta, quella che legava i “baroni”, la terra e i contadini in un rapporto speciale, dove il paternalismo dei proprietari terrieri – ricordiamo l’illustre esempio del Gattopardo - non metteva in discussione il ruolo assegnato a ciascuno nella rigorosa scala gerarchica. C’è da dire che, malgrado l’affetto per le persone e le cose che traspare da queste memorie, la Hornby non sembra nutrire alcun senso di amarezza per la scomparsa di questo mondo: l’autrice fa parte di una generazione che lo abbandonò presto di sua volontà per recarsi all’estero, dove tuttora vive e lavora come avvocato. E probabilmente anche il padre da lei tanto amato aveva ben compreso che quell’epoca si stava definitivamente chiudendo quando le ingiungeva: “Lavora. Non prendere marito. Non avere figli.”

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