Club House
2 Giugno Giu 2011 1204 02 giugno 2011

Gli anticorpi non si inventano

Serve prima di tutto l’onestà, quella che le penne forbite definiscono “intellettuale”. L’onestà di ammettere che tutto sommato, quanto sta venendo a galla non è una grande notizia, uno scoop o altro. Ha forse ragione Carlo Petrini quando afferma che per lui il calcio non è più uno sport. È un gioco, meglio d’azzardo, con tutti i soldi e gli interessi che gravitano attorno alla palla rotonda. Non è nemmeno il caso di prendersela con il vile denaro: occorre un’altra dose di onestà intellettuale per uscire dalla retorica, per fingere di non sapere che il soldo è un elemento essenziale là dove c’è del professionismo sportivo. Se così non fosse, allora sorgerebbero i dubbi e i conti non tornerebbero.

Il fatto in sé è che lascia l’amaro in bocca vedere spuntare il nome di Beppe Signori da tutte quelle intercettazioni che prontamente stanno facendo capolino sui giornali. Amaro come il sapore del sangue con il quale il rugby è venuto a patti nel 2009, l’anno del “Bloodgate”.
“A rush of blood to the head”: è un’espressione della lingua inglese, che si può tradurre nel nostro “avere il sangue che va al cervello”. Perdere il senno. Il 12 aprile 2009 i London Harlequins ospitano il Leinster per i quarti di finale di Heineken Cup. I Quins sono una pietra miliare del rugby d’Oltremanica e la loro storia si riflette nella maglietta da arlecchini che vale come una carta d’identità. Quegli Harlequins sono allenati da Dean Richards, ex Numero 8 dei Leicester Tigers, dell’Inghilterra e dei British Lions tra gli anni ’80 e ’90. Nel 2005 arriva sulla panchina dei Quins e lavorando sodo li riconduce in Premiership dopo una stagione di purgatorio nella National Division One. Nel 2007/08 si classificano sesti. Nel 2008/09 invece tirano dritto, arrivando secondi e cedendo ai sogni di gloria solo in semifinale di playoff quando vengono sconfitti dai London Irish con un secco 0-16: ma nel frattempo si fanno valere in Heineken Cup, battendo sia in trasferta che in casa il più quotato Stade Francais nel corso della fase a gironi, assicurandosi il passaggio al turno ad eliminazione diretta. Si arriva così al 12 aprile 2009.

La partita in questione finisce 5-6 per il Leinster. Al 69’ l’ala Tom Williams viene sostituita per sangue (nella foto, dal Daily Telegraph) e lo staff degli Harlequins rispedisce in campo Nick Evans, il cecchino della compagnia. Acciaccato, prova a piazzare un calcio di punizione che significherebbe sorpasso, ma fallisce. I Quins perdono e tutto sembra fermarsi lì, ma un’investigazione condotta dalla European Rugby Cup e della Rugby Football Union (la federazione inglese) porta alla luce il misfatto: Williams non aveva alcun taglio, aveva invece “masticato” una pillole contenente del liquido rosso. Un taglio vero e proprio verrà fatto solo in un secondo momento, negli spogliatoi, per mano della dottoressa Wendy Chapman con la complicità del fisioterapista Steph Brennan, membro anche dello staff della nazionale inglese. Il “Bloodgate”.

“Mister Richards ha orchestrato il falso infortunio e coperto l’intera vicenda”, sentenzia il board della ERC: il manager viene squalificato per tre anni. Brennan viene licenziato sia dagli Harlequins che dall’Inghilterra. Quanto a Tom Williams, il primo a confessare l’accaduto, viene inizialmente formulata una squalifica di un anno, in seguito ridotta a quattro mesi in appello. Il club, infine, deve pagare una multa di 260.000 sterline. Gli Harlequins nel frattempo si sono ripresi e a maggio hanno vinto la Challenge Cup. In quelle fatidiche settimane, però fece capolino un tarlo: perché? Com’è possibile che nel rugby stia accadendo tutto questo?

È possibile dal momento che i furbi ci sono sempre stati. E quando si entra in una sfera competitiva come quella del professionismo, anche il rugby immacolato, quello buono da vendere per guadagnare in pubblicità, visibilità e ribalta, finisce con farne i conti. La cura sta negli anticorpi che un organismo si è creato con il tempo. I tifosi non se ne vanno, non si dicono stufi. La giustizia fa il suo corso, andando a incidere direttamente sui responsabili dei reati e agendo in modo tale che la ferita si rimargini il più presto possibile, evitando di concedere spazio a dietrologie. I verdetti vengono rispettati, come accade sul campo quando un arbitro fischia: lo si può contestare senza insultarlo o scatenando dibattiti per giorni e giorni, ma esprimendo un concetto semplice come “non sono d’accordo”. Il rugby non è un santo che si aggira in mezzo ai peccatori, ma per lo meno si sforza per restare uno sport con il quale tutti possano divertirsi.

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