Arabic Portraits
4 Giugno Giu 2011 1754 04 giugno 2011

Senza via d'uscita

Centoquarantasette suicidi in un anno tra gli indiani che vivono a Dubai. I dati, inquietanti, arrivano dal Consolato. Numero che sicuramente rispecchia la realtà per difetto, perché molte delle morti per suicidio non vengono denunciate o riconosciute come tali. La depressione é una malattia diffusissima, non solo tra gli indiani, ma tra tutti i migranti del Sud Est asiatico che lavorano 6 giorni su sette, anche 12 ore al giorno, guadagnando pochissimo e lontani dai propri affetti. Sono tutti giovani uomini, tra i 20 e i 30 anni, che lasciano moglie, figli o genitori in India e vengono qui per mandare un po' di soldi a casa. Ben pochi a dire il vero: alcuni operai edili indiani mi hanno raccontato che in tre anni sono riusciti a mandare a casa 1000, 1200 euro. Che significa a mala pena 30 euro al mese.

Solo negli ultimi trenta giorni i suicidi tra gli indiani sono stati quattro: l'ultimo é un ragazzo di appena 26 anni. Di lui si sa solo il nome, Rajesh. Probabilmente non aveva neppure i documenti: li trattengono quasi sempre i datori di lavoro finché non scade il contratto di assunzione. Qualche settimana fa un altro uomo si é buttato dal 148° piano del Burj Khalifa. Le finestre sono bloccate in tutti gli 819 metri del grattacielo, ma é riuscito a gettarsi dai condotti dell'aria condizionata.

La dottoressa Shashikala cura gratuitamente molti ragazzi indiani che incontra nei labour camps, dove ogni giorno distribuisce acqua, cibo e medicine. Una sua frase mi rimbomba nelle orecchie quando vedo giovani con lo sguardo perso e vuoto: "Quanti di questi uomini vengono da me e cominciano a piangere perché non sanno più che cosa fare. Le loro lacrime mi penetrano nel cuore. Ma non riesco ad aiutarli tutti da sola". E la telefonata puntualmente arriva "dottoressa, un altro ragazzo si é tolto la vita".

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